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Frana di Niscemi: dinamiche geologiche, cause strutturali e lezioni tecniche da un collasso annunciato

Fonte immagine: Dipartimento della Protezione Civile

La frana di Niscemi ha riacceso l’attenzione sulla fragilità idrogeologica dell’Italia e ha mostrato la necessità di investimenti strutturali, conoscenza del territorio e manutenzione delle infrastrutture urbane.

Un evento geologicamente significativo che, oltre a colpire una comunità locale, rappresenta un caso esemplare per comprendere i meccanismi di scivolamento su substrati sabbiosi e argillosi, sempre più frequenti nel contesto climatico attuale.

La struttura geologica di Niscemi: sabbie sopra argille deboli

Il territorio di Niscemi si sviluppa su un’architettura geologica relativamente semplice ma critica dal punto di vista della stabilità. La parte sommitale della collina su cui sorge l’abitato è costituita da strati di sabbie giovani, con un’età inferiore ai 2 milioni di anni. Questi sedimenti permeabili rappresentano la “trave” portante del cosiddetto tabulato, il terrazzo roccioso su cui è stato edificato il centro urbano.

Al di sotto delle sabbie si trovano depositi argillosi impermeabili, geotecnicamente più deboli, che in condizioni normali fungono da base relativamente stabile. Tuttavia, in presenza di infiltrazioni idriche prolungate e abbondanti, le argille iniziano a saturarsi, perdendo progressivamente le proprie caratteristiche meccaniche, innescando fenomeni di scivolamento tra i due livelli litologici.

Il caso di Niscemi mostra un tipico esempio di frana per scorrimento planare: il materiale superficiale sabbioso ha perso aderenza e si è mosso lungo la superficie di contatto con gli strati argillosi, generando un dissesto esteso su un fronte di circa quattro chilometri, con distacchi fino a 25 metri.

Il ruolo dell’acqua e delle infrastrutture urbane

Secondo l’analisi del geologo Fausto Guzzetti rilasciata a “la Repubblica”, ricercatore del CNR-Imati ed ex direttore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, l’acqua è stata il fattore scatenante, ma non l’unico elemento da considerare. Le precipitazioni intense e prolungate hanno determinato un’alta infiltrazione idrica nel suolo, ma l’entità della frana lascia presupporre l’intervento di concause strutturali.

In particolare, Guzzetti evidenzia la necessità di indagare l’efficienza e lo stato di manutenzione delle opere di impermeabilizzazione urbana: strade, fognature, condotte idriche e acquedotti possono infatti alterare drasticamente il bilancio idrico dei versanti.

In assenza di un corretto drenaggio, queste infrastrutture possono diventare vettori di infiltrazione profonda, accelerando la saturazione degli strati argillosi e compromettendo la stabilità del terreno. La quantità d’acqua infiltrata non è quindi solo riconducibile alle piogge meteoriche, ma anche a perdite occulte e ristagni di origine antropica.

Perché non è stata prevista la frana di Niscemi?

La previsione di eventi franosi di questa scala resta una sfida tecnica complessa. Per dissesti superficiali, la relazione tra eventi meteorici e frane può essere quasi immediata. Tuttavia, nel caso di Niscemi, il ritardo tra le precipitazioni e l’evento franoso indica un diverso comportamento idrogeologico: lo scivolamento ha richiesto tempi di accumulo idrico più lunghi, compatibili con la maggiore profondità e massa coinvolta.

Questa caratteristica complica enormemente ogni tentativo di previsione a breve termine. Le grandi frane profonde necessitano di condizioni critiche che si sviluppano in settimane o mesi, rendendo insufficienti gli strumenti di monitoraggio ordinario se non integrati da reti idrometriche, inclinometriche e piezometriche specifiche per ogni sito.

Una geologia diffusa: altre aree italiane a rischio

Il caso di Niscemi non rappresenta un’eccezione geologica. Guzzetti conferma che la stessa configurazione stratigrafica, sabbie sopra argille, è diffusa in numerose regioni italiane, tra cui:

  • Emilia-Romagna, specialmente nelle aree pedecollinari e costiere;
  • Costa adriatica, dove la conformazione litoranea sabbiosa poggia spesso su substrati argillosi;
  • Toscana e Sicilia, con vasti territori edificati su terrazzi fluviali o marini instabili.

Queste zone sono storicamente risultate ideali per l’edilizia, grazie all’aspetto asciutto e apparentemente solido del tabulato, ma dal punto di vista geotecnico mostrano vulnerabilità strutturali. Negli anni Sessanta, periodo di forte espansione urbana, la consapevolezza geologica era ancora limitata, e si costruiva senza tenere in adeguata considerazione il comportamento meccanico del sottosuolo.

Frane e cambiamento climatico: una relazione complessa

Le correlazioni tra frane e crisi climatica sono tutt’altro che lineari. Non tutte le frane rispondono allo stesso modo all’incremento delle precipitazioni intense. Secondo Guzzetti, le frane superficiali tenderanno ad aumentare, in quanto sono direttamente legate alla quantità e intensità delle piogge concentrate in brevi periodi.

Al contrario, le grandi frane profonde, come quella di Niscemi, potrebbero addirittura diminuire, poiché i nuovi regimi pluviometrici spesso non permettono una saturazione progressiva e costante del terreno. La stessa quantità d’acqua che un tempo veniva distribuita su più mesi ora si concentra in pochi giorni, riducendo il tempo necessario all’assorbimento profondo.

Questa dicotomia impone una revisione dei modelli previsionali e una segmentazione delle strategie di mitigazione: non tutte le frane devono essere trattate allo stesso modo.

Il caso Niscemi: ripristino, mitigazione e costi

Ripristinare la scarpata franata di Niscemi rappresenta un compito arduo, sotto il profilo tecnico ed economico. Il consolidamento di una parete instabile, lunga chilometri, impone interventi geotecnici profondi e duraturi: drenaggi orizzontali, paratie, ancoraggi, opere di regimazione idrica e, soprattutto, l’assoluta interdizione di nuove edificazioni nell’area compromessa.

Al di là del singolo cantiere, l’evento evidenzia la necessità di rafforzare le misure di mitigazione preventiva e la manutenzione delle reti urbane di smaltimento acque. Interventi post-disastro come quello di Niscemi hanno costi enormemente superiori rispetto alla pianificazione preventiva.

L’Italia e le frane: dati ufficiali e responsabilità

Secondo i dati diffusi da ISPRA, l’Italia detiene un primato europeo in materia di dissesti franosi: oltre 680.000 frane cartografate nel territorio nazionale. Solo in Emilia-Romagna, durante l’alluvione del maggio 2023, si sono verificati più di 80.000 smottamenti su un’area di circa 6.000 chilometri quadrati.

Questo patrimonio informativo dovrebbe già costituire una base operativa per la pianificazione del rischio, ma la realtà è che i monitoraggi non sono sistematici e vengono spesso trascurati in assenza di vittime o clamore mediatico.

Le frane causano in media una ventina di morti l’anno, un numero che – seppur contenuto rispetto ad altri disastri – non deve portare a sottovalutazioni. I costi indiretti legati a evacuazioni, interruzioni di servizi, danni immobiliari e consolidamenti superano spesso decine di milioni di euro per singolo evento.

Strategie tecniche per la prevenzione: manutenzione, agricoltura, pianificazione

Le misure efficaci per la riduzione del rischio franoso passano da una serie di interventi integrati:

  • Manutenzione del territorio: la cura del reticolo stradale, dei canali di scolo e delle infrastrutture urbane riduce drasticamente la probabilità di innesco di frane superficiali.
  • Gestione agricola del suolo: il passaggio da piccole a grandi estensioni agricole ha modificato l’idrologia locale. Serve una ricalibrazione delle pratiche per migliorare la ritenzione e il deflusso idrico.

In aggiunta, è fondamentale mappare con regolarità le aree a rischio. Questa attività richiede investimenti in rilievi geologici, tecnologie LIDAR, modellazioni digitali del terreno e installazione di sensori.

Fino ad oggi, la mancanza di una strategia nazionale di conoscenza del suolo ha rappresentato il vero nodo critico. L’investimento iniziale, seppur elevato, è minimo rispetto ai fondi straordinari che occorrono quando il danno è già avvenuto.

Una nuova cultura del rischio idrogeologico

L’evento di Niscemi dimostra che le frane non sono solo fenomeni naturali, ma anche il risultato di scelte infrastrutturali e urbanistiche pregresse, spesso non supportate da studi geologici accurati.

In un paese densamente costruito, attraversato da una miriade di faglie idrogeologiche latenti, ogni decisione sul consumo di suolo dovrebbe basarsi su dati tecnici aggiornati, rilievi specifici e responsabilità condivisa tra amministrazioni, tecnici e cittadini.

A partire dalla scuola, passando per i piani urbanistici comunali, fino ai grandi piani di resilienza climatica, serve una visione sistemica, che consideri il rischio frana come parte integrante della pianificazione del territorio italiano. Non un’eccezione locale, ma una regola da cui ripartire.