Alla ricerca dell’antico ponte di terra tra Sicilia e Malta: la missione della nave Gaia Blu
Crediti: CNR
Una spedizione scientifica coordinata da CNR, OGS e Università di Malta esplora i fondali tra Sicilia e Malta per identificare i resti di un antico ponte di terra emerso 22.000 anni fa, quando il livello del mare era molto più basso.
La missione punta a ricostruire la geografia preistorica del Canale di Sicilia e i possibili percorsi migratori naturali tra Europa e Africa.
La spedizione scientifica Bridges: obiettivi e contesto geologico
Ha preso avvio la missione oceanografica Bridges, una campagna di ricerca congiunta condotta a bordo della nave Gaia Blu del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), che mira a indagare la possibile esistenza di un ponte di terra preistorico tra la Sicilia sud-orientale e l’arcipelago maltese. Secondo le attuali evidenze paleoambientali e geomorfologiche, circa 22.000 anni fa il livello medio dei mari si trovava 120 metri più in basso rispetto a oggi, consentendo l’emersione di tratti di piattaforma continentale attualmente sommersi.
Il tratto di mare compreso tra Capo Passero e le isole di Malta e Gozo si presenta come un’area morfologicamente favorevole alla formazione di un collegamento terrestre temporaneo. Si tratta di una fascia batimetrica poco profonda, oggi in gran parte sotto il livello del mare, che durante l’ultima glaciazione avrebbe potuto costituire un vero e proprio corridoio naturale per fauna terrestre e, potenzialmente, per gruppi umani in movimento lungo le rotte tra Europa meridionale e Africa settentrionale.
Enti coinvolti e durata della campagna di studio
La spedizione è frutto di una collaborazione internazionale tra:
- Istituto di Scienze Marine del CNR (CNR-ISMAR)
- Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS)
- Università di Malta
Il coordinamento scientifico è affidato a Maria Filomena Loreto (CNR-ISMAR) ed Emanuele Lodolo (OGS), due figure di riferimento per le ricerche geofisiche e paleogeografiche del bacino del Mediterraneo. La campagna, iniziata nei primi giorni del 2026, proseguirà fino al 7 gennaio, sfruttando una finestra operativa invernale utile per le analisi sottomarine grazie a condizioni meteo-oceanografiche relativamente stabili.
Mappatura del fondale e tecnologia utilizzata
A bordo della nave Gaia Blu, un laboratorio mobile specializzato in ricerche marine, sono installati sistemi di acquisizione geofisica ad alta risoluzione che consentiranno di ottenere una mappatura dettagliata della morfologia attuale del fondale e di ricostruire le configurazioni paleoambientali risalenti al Pleistocene superiore.
I sistemi utilizzati includono:
- Multibeam bathymetry: per generare modelli digitali del fondale marino ad alta precisione
- Sediment profiler (sub-bottom profiler): per identificare la stratigrafia dei sedimenti sotto il fondale
- Sidescan sonar: per individuare anomalie morfologiche compatibili con vecchie linee di costa, terrazze marine o strutture sepolte
Queste tecnologie permettono di visualizzare strutture antiche ora sommerse, comprese depressioni, paleoalvei, terrazze costiere e altri indicatori geomorfologici utili alla comprensione del paesaggio emerso durante le fasi glaciali.
Raccolta di sedimenti e datazione delle superfici
Uno degli aspetti fondamentali della missione riguarda la caratterizzazione dei sedimenti marini presenti nell’area del Canale di Sicilia. I ricercatori preleveranno carote sedimentarie in punti strategici per esaminare:
- La composizione granulometrica e mineralogica
- La presenza di fossili marini o terrestri
- Gli eventuali segni di erosione superficiale
- Tracce organiche o microfossili indicativi del passaggio di organismi viventi
Le carote verranno analizzate con tecniche stratigrafiche e datazione radiometrica (come il radiocarbonio e l’optical stimulated luminescence – OSL), al fine di stabilire quando quel tratto di terra fosse emerso, per quanto tempo sia rimasto accessibile e se vi siano tracce di frequentazione biologica o umana.
Rilevanza paleoambientale e paleomigratoria del corridoio Sicilia-Malta
Il potenziale collegamento emerso tra Sicilia e Malta non è solo un’ipotesi geologica, ma ha implicazioni significative per la paleobiogeografia mediterranea. Durante l’ultimo massimo glaciale (Last Glacial Maximum, LGM), avvenuto circa 22.000 anni fa, gran parte delle acque oceaniche era immagazzinata nelle calotte glaciali continentali, determinando un abbassamento generalizzato del livello marino.
Questo fenomeno esponeva ampi tratti di piattaforma continentale, che divennero habitat accessibili per la fauna terrestre e, in alcuni casi, percorsi migratori praticabili anche per gruppi umani paleolitici. La presenza di un collegamento fisico tra Sicilia e Malta consentirebbe di rivedere i modelli attuali della colonizzazione delle isole maltesi, oggi datata intorno al Neolitico, ipotizzando una frequentazione precedente a opera di cacciatori-raccoglitori.
Precedenti indizi e motivazioni scientifiche della ricerca
La possibilità di un ponte di terra tra Sicilia e Malta è stata ipotizzata sulla base di indagini batimetriche pregresse, ma finora mai confermata da dati diretti. Studi morfologici del fondale avevano suggerito la presenza di strutture sommerse coerenti con antiche linee di costa, ma mancava una campagna sistematica multidisciplinare in grado di integrare geofisica, stratigrafia e analisi sedimentologiche.
L’importanza scientifica della missione si basa su due direttrici:
1. Fornire una ricostruzione dettagliata della geografia sommersa del Mediterraneo centrale durante le fasi glaciali.
2. Comprendere le dinamiche migratorie preistoriche attraverso il Canale di Sicilia, in un’epoca in cui i cambiamenti climatici plasmarono profondamente le vie naturali di spostamento.
Prospettive future e sviluppo della ricerca paleogeografica
I risultati della missione Bridges costituiranno la base per progetti più ampi di ricostruzione paleoambientale del Mediterraneo, un ambito in crescita che unisce geologia marina, archeologia, climatologia e biologia evolutiva. Le informazioni acquisite potrebbero alimentare modelli digitali tridimensionali delle piattaforme continentali emerse, utili per comparazioni con altre aree del globo in cui si verificarono fenomeni simili.
Inoltre, le analisi bio-sedimentarie potranno fornire indizi sull’adattamento degli ecosistemi costieri durante le variazioni climatiche estreme e sulla resilienza delle specie in ambienti di transizione tra terra e mare.
Il successo di questa spedizione rappresenterebbe un avanzamento significativo nella comprensione della storia geologica recente dell’area mediterranea e delle interconnessioni tra ambiente e mobilità umana nelle epoche preistoriche.
