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La capacità di accendere fuochi potrebbe essere comparsa molto prima dell’avvento dell’Homo sapiens: il nuovo studio

Una recente scoperta archeologica a Barnham, nel Suffolk, da nuovi indizzi sule origini del dominio umano sul fuoco.

Tracce di roghi controllati e strumenti per accenderli datano a 400.000 anni fa: ciò anticipa di centinaia di migliaia di anni la più antica prova nota della capacità di generare fiamme artificialmente.

Una scoperta che ridefinisce l’evoluzione culturale umana

La gestione e la produzione del fuoco rappresentano una delle più significative conquiste tecnologiche nella storia evolutiva dell’uomo. Tuttavia, un recente ritrovamento nel Regno Unito suggerisce che la capacità di accendere fuochi intenzionalmente potrebbe essere comparsa molto prima dell’avvento di Homo sapiens.

Durante gli scavi nel sito preistorico di Barnham, nel Suffolk, guidati da Simon Parfitt dell’University College London, è stata identificata la presenza di frammenti di pirite associati a focolari risalenti a circa 400.000 anni fa. L’elemento chiave è che questa pirite non è di origine naturale del luogo, suggerendo un trasporto intenzionale per un uso specifico: la produzione del fuoco.

Pirite e selce: la più antica prova di accensione artificiale

Il ritrovamento consiste in due frammenti di pirite lunga appena due centimetri, rinvenuti all’interno di sedimenti contenenti resti di focolari intenzionalmente mantenuti. La tecnica impiegata per l’accensione del fuoco si basava sulla frizione tra la pirite e un pezzo di selce, in grado di generare scintille ad alta temperatura.

Questo sposta indietro di almeno 360.000 anni la prima evidenza certa di produzione artificiale del fuoco. Prima di questo studio, la maggior parte delle prove si riferiva a utilizzi accidentali o alla sola conservazione della fiamma, non alla sua generazione consapevole.

Il sito di Barnham: un archivio naturale della preistoria europea

Barnham, un’ex cava di argilla utilizzata fino alla fine del XIX secolo, si è rivelata uno dei più significativi siti paleoantropologici della Gran Bretagna. Originariamente situato presso un lago alimentato da sorgenti, l’area fungeva da ecosistema umido e rigoglioso che attirava una vasta fauna: elefanti, bisonti, cervi, pesci, rane, castori, leoni e persino macachi, i quali convivevano con popolazioni umane.

Le campagne di scavo moderne, riprese nel 2013, hanno restituito un quadro ecologico complesso e ricco, con testimonianze chiare della presenza di almeno due culture litiche distinte.

Industrie litiche: Clactoniana e Acheuleana

Nella parte inferiore degli strati archeologici sono emersi strumenti litici rudimentali, legati alla cultura Clactoniana, caratterizzata da schegge semplici ottenute tramite percussione diretta. Questa industria, attiva in Europa intorno ai 450.000 anni fa, è attribuita a popolazioni umane arcaiche, probabilmente Homo heidelbergensis.

Nei livelli superiori del sito, i ricercatori hanno scoperto invece amigdale e strumenti bifacciali della tradizione Acheuleana, che denotano maggiore competenza tecnica e capacità di pianificazione. Gli archeologi ipotizzano che questa transizione rifletta il passaggio tra due specie umane differenti.

Focolari organizzati: prove di uso ricorrente del fuoco

Il dato più rilevante non è solo la presenza del fuoco, ma la sua organizzazione nello spazio e nel tempo. I sedimenti mostrano chiare tracce di combustione ripetuta: i ciottoli di selce erano raggruppati in aree bruciate e mostrano fratture termiche, segno di esposizione diretta a calore prolungato.

Secondo gli autori dello studio, pubblicato su Nature, la disposizione dei materiali indica attività stabili e ritualizzate attorno al fuoco. Probabilmente queste aree fungevano da luoghi di vita notturna, di trasmissione del sapere, ma anche di produzione litica, con l’accensione delle fiamme come momento catalizzatore delle interazioni sociali.

Implicazioni antropologiche: il fuoco come catalizzatore evolutivo

Il controllo del fuoco segna una soglia evolutiva cruciale. La possibilità di cuocere alimenti aumenta la biodisponibilità dei nutrienti, facilita la digestione, e riduce il rischio microbiologico. A lungo termine, questo impatta direttamente sull’evoluzione fisiologica, riducendo la necessità di masticazione prolungata e favorendo, indirettamente, l’espansione encefalica.

Inoltre, il fuoco diventa un mezzo di difesa contro predatori come lupi e leoni, oltre che un punto di aggregazione sociale. La luce della fiamma estende il tempo utile per le interazioni, facilitando processi cognitivi come l’apprendimento, la narrazione orale e la trasmissione culturale.

Una piattaforma di apprendimento preistorica

Secondo la ricercatrice Silvia Bello, esperta di comportamento umano antico, il fuoco potrebbe aver rappresentato un’aula naturale. I focolari, oltre a fornire calore e protezione, permettevano a bambini e giovani di osservare gli adulti nella produzione di utensili e nella preparazione del cibo, facilitando la trasmissione intergenerazionale del sapere tecnico.

Chi accendeva i fuochi 400.000 anni fa?

Alla luce delle datazioni, l’Homo sapiens non era ancora presente in Europa. Il ruolo di protagonisti potrebbe dunque spettare ad altre specie:

  • Homo heidelbergensis: probabilmente responsabile degli strumenti clactoniani, presenta un repertorio tecnologico limitato e risale a un’epoca anteriore.
  • Neanderthaliani arcaici: i reperti più avanzati e l’uso del fuoco sono coevi al sito di Swanscombe, dove è stato rinvenuto un cranio attribuito a un Neanderthal primitivo.

Secondo Chris Stringer, paleoantropologo del Natural History Museum, l’ipotesi più plausibile è che i frequentatori del sito di Barnham fossero i primi Neanderthal, anche se l’assenza di resti fossili umani diretti impedisce una conferma definitiva.

Impatto culturale e paesaggistico del fuoco

La capacità di generare fiamme cambiò radicalmente il rapporto tra umani e ambiente. La combustione non solo forniva calore e protezione, ma produceva fumo visibile a lunga distanza. Questo elemento potrebbe aver avuto un ruolo nella comunicazione a distanza tra gruppi umani, nella delimitazione di territori o nel riconoscimento reciproco.

È affascinante pensare che i nostri antenati, entrando in nuove aree del continente europeo, potessero scorgere colonne di fumo all’orizzonte, segnali di insediamenti abitati da altri esseri umani arcaici.

Una scoperta chiave per la paleoantropologia

Il sito di Barnham fornisce una delle più solide prove archeologiche che l’accensione volontaria del fuoco preceda di gran lunga l’arrivo dell’Homo sapiens in Europa. Questo implica che capacità complesse come l’uso del fuoco, la produzione litica avanzata e l’organizzazione sociale fossero già sviluppate in specie umane precedenti.

Ciò mette in discussione la narrazione lineare secondo cui Homo sapiens avrebbe portato innovazioni culturali in Europa. Al contrario, la realtà storica sembra suggerire un quadro molto più variegato, in cui diverse specie umane evolvono parallelamente, condividendo e sviluppando competenze complesse.

Non pionieri, ma eredi

L’immagine dell’Homo sapiens come unico protagonista del progresso tecnico va ridimensionata. La scoperta della pirite di Barnham suggerisce che altre specie umane avevano già sviluppato tecnologie chiave che hanno contribuito a trasformare radicalmente il comportamento, l’ambiente e le relazioni sociali.

Quando i nostri antenati arrivarono in Europa, trovavano già un continente popolato, dove campi, focolari e strumenti testimoniavano una presenza umana ricca e stratificata. Più che pionieri, eravamo nuovi attori in uno scenario già scritto, eredi di un sapere tecnico condiviso e trasmesso nel tempo, spesso nel bagliore tenue e caldo di un fuoco acceso nella notte.