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Il Dna del vaiolo ovino è stato ritrovato nelle pergamene dei Vangeli di York
Il Dna del vaiolo ovino è stato ritrovato nelle pergamene dei Vangeli di York
Il Dna del virus del vaiolo ovino estratto dalle pergamene di manoscritti medievali ricostruisce 3.700 anni di storia.
Il virus del vaiolo ovino girava nelle greggi europee molto prima che qualcuno sapesse dargli un nome, e la prova era rimasta nelle pagine dei libri. Un gruppo internazionale guidato dallo University College Dublin ha estratto il Dna del patogeno dalle pelli animali con cui furono fabbricate le pergamene di alcuni manoscritti medievali, tra cui i Vangeli di York, copiati probabilmente a Canterbury attorno all'anno Mille. Il lavoro, uscito il 2 settembre su Science Advances, riporta 21 genomi antichi finora sconosciuti, in un arco che parte dall'età del Bronzo nelle steppe eurasiatiche e arriva alla prima età moderna.
Gli autori descrivono il risultato come il primo recupero di genomi di un patogeno da pergamena e carta medievali. Il vaiolo ovino, indicato nella letteratura come SPPV, colpisce pecore e capre, si trasmette con grande rapidità dentro un gregge e uccide soprattutto gli animali giovani, ma non infetta l'uomo. I dati raccolti indicano che accompagna le greggi eurasiatiche da almeno 3.700 anni.
Come si legge un genoma virale su una pagina dell'ottavo secolo
Il prelievo sfrutta un gesto che i conservatori già compiono da sempre. Le pagine vengono strofinate con una gomma da cancellare per pulirle, e i residui di quella gomma, invece di finire nel cestino, diventano il campione da sequenziare. Il supporto non viene tagliato né bucato, il che rende la tecnica applicabile anche a volumi di grande valore.
Le tracce del virus sono emerse in manoscritti e documenti provenienti da Gran Bretagna, Francia, Austria e alto Reno, con datazioni comprese fra l'inizio dell'ottavo secolo e il quattordicesimo. Nei Vangeli di York sono risultati positivi tre fogli, due appartenenti al manoscritto originale e uno a un documento aggiunto più tardi al volume. Il virus è comparso anche nel Corpus Glossary, compilato attorno all'800 e considerato uno dei primi dizionari inglesi, in una copia delle Epistole di San Paolo databile intorno al 700 e in quattro fogli di uno Speculum historiale legato alla vicenda della mappa di Vinland.
I campioni più antichi non vengono dalle biblioteche. Sono denti di pecora recuperati in due insediamenti della tarda età del Bronzo, Myrzhik in Kazakistan, datato fra il 1875 e il 1645 a.C., e Rublevo-VI in Russia, fra il 1336 e il 1130 a.C. Comunità che vivevano di allevamento, dove un'epidemia nel gregge si traduceva subito in un problema di cibo, come mostrano altri lavori sul Dna antico recuperato dai resti archeologici.
Un genoma rimasto quasi identico a se stesso
Confrontando i genomi antichi con quelli attuali, il gruppo colloca la separazione delle principali linee dei capripoxvirus, il gruppo che comprende vaiolo ovino, vaiolo caprino e dermatite nodulare contagiosa dei bovini, in una finestra fra 11.500 e 3.700 anni fa. Un intervallo che si sovrappone alla diffusione degli ovini domestici attraverso l'Eurasia.
Il dato che gli autori considerano più netto riguarda la stabilità. Nei millenni coperti dal campione la sequenza del vaiolo ovino è cambiata poco, al contrario di quanto accaduto al virus del vaiolo umano. La malattia resta un problema aperto per gli allevatori, come ricorda il primo autore Louis L'Hôte, che cita l'epidemia in corso in Grecia e i danni economici che sta producendo.
Resta una anomalia che lo studio non chiude. Fra i campioni di pergamena positivi, dieci sono stati identificati come pelle di vitello e quattro come pelle di capra, contro tre soli di pecora. Le spiegazioni possibili sono due, casi rari di passaggio fra specie diverse oppure una contaminazione avvenuta in bottega, durante i bagni di acqua e calce in cui le pelli restavano immerse per giorni e dove il virus, capace di sopravvivere a lungo nelle croste che si staccano dagli animali malati, avrebbe potuto passare da una pelle all'altra. Sulle pagine risultate positive, del resto, non si vedono lesioni, e non è chiaro se i pergamenai scartassero le parti visibilmente segnate o se fosse la raschiatura a cancellarne ogni traccia.