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Alluvione in Nepal, le possibili cause e la geografia della zona colpita
Alluvione in Nepal, le possibili cause e la geografia della zona colpita
Un blocco di ghiaccio staccato a 5.200 metri ha generato la piena del Bhote Koshi. Cosa dicono USGS e ICIMOD su cause e precedenti.
Alle 8:40 di mercoledì 26 agosto, ora locale, una massa di ghiaccio e roccia si è staccata da un versante himalayano a circa 5.200 metri di quota ed è precipitata sul fondovalle sottostante. Non pioveva, e non pioveva da giorni in quella zona. Nel giro di poche ore un'onda di acqua, fango e massi ha percorso la Lhende Khola, è entrata nel Bhote Koshi e ha raggiunto il Trishuli, e ha spazzato via abitati, ponti e centrali idroelettriche lungo il confine tra Nepal e Tibet.
Al mattino di giovedì 27 agosto la polizia nepalese contava 165 corpi recuperati, mentre le autorità cinesi riferivano tre vittime nella contea di Gyirong. I dispersi sui due lati della frontiera superano quota 1.300.
Punti chiave
Il distacco è avvenuto a circa 5.200 metri di quota e la massa è caduta per circa milleduecento metri sul fondovalle, secondo la lettura delle immagini Planet Labs fatta dal geologo Daniel Shugar.
Lo United States Geological Survey ha corretto la prima diagnosi e ha stabilito che il segnale registrato, rivalutato a magnitudo 5.2, è stato prodotto dal crollo stesso e non da un terremoto.
Il livello del Trishuli a Galchchi è salito fino a nove metri in trenta minuti, e a Malekhu di sette metri nello stesso arco di tempo.
Circa 430 megawatt di capacità di generazione risultano fuori servizio, oltre il dodici per cento della potenza idroelettrica installata in Nepal.
La Lhende Khola è esondata due volte in quattordici mesi, dopo l'episodio del luglio 2025 attribuito allo svuotamento di un lago sopraglaciale in Tibet.
Un accumulo di detriti resta incastrato a monte lungo il confine e ha spinto le autorità cinesi a disporre l'evacuazione del porto di Jilong.
La cronologia delle prime ore
Secondo le segnalazioni raccolte dal Centro internazionale per lo sviluppo integrato della montagna, i livelli nel bacino del Bhote Koshi hanno iniziato a salire rapidamente intorno alle nove del mattino. L'onda ha superato le sponde e ha proseguito verso il Trishuli, con effetti che si sono estesi fino ai distretti di Nuwakot e Dhading. I dati idrologici raccolti dallo stesso centro descrivono un evento di velocità anomala. Alla stazione di Galchchi il livello del fiume è salito fino a nove metri in trenta minuti, mentre a Malekhu l'incremento è stato di sette metri in un intervallo comparabile.
Nel distretto di Rasuwa gli abitati di Timure e Syabrubesi sono stati investiti per primi. Timure dista circa tre chilometri dal valico di frontiera che collega il Nepal al porto commerciale di Gyirong, sul lato cinese, dove il fango ha travolto le strutture doganali. Al netto delle stime ancora provvisorie, il conto delle infrastrutture perdute comprende diciannove ponti e una quarantina di chilometri di strade. L'autorità elettrica nepalese ha quantificato in circa 430 megawatt la capacità di generazione messa fuori servizio, oltre il dodici per cento della potenza idroelettrica installata in un paese che affida quasi tutta la propria elettricità all'acqua di montagna.
Il segnale sismico letto al contrario
La prima ricostruzione ufficiale attribuiva il disastro a un terremoto. Il ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal aveva parlato di una scossa che avrebbe innescato una grande frana capace di sbarrare il Bhote Koshi, e lo United States Geological Survey aveva effettivamente diffuso un bollettino per un sisma di magnitudo 4.4 a una sessantina di chilometri a nord di Kathmandu. Poche ore dopo l'agenzia statunitense ha corretto la propria diagnosi. L'analisi delle stazioni sismiche vicine, delle onde a lungo periodo e delle immagini satellitari ha portato alla conclusione che il segnale registrato corrispondeva a un crollo glaciale e a una colata detritica, non a un evento tettonico. Nessun terremoto era avvenuto, e l'energia rilasciata dalla massa in movimento è stata rivalutata all'equivalente di una magnitudo 5.2.
L'inversione ha una conseguenza pratica che va oltre la cronaca. Un terremoto è un innesco esterno, imprevedibile e indipendente dallo stato del ghiacciaio; un crollo che genera da solo un segnale sismico di quella entità racconta invece una massa instabile che ha ceduto per ragioni proprie. Kristen Cook, geomorfologa all'Université Grenoble Alpes, ha spiegato al New York Times di avere osservato nei tracciati un segnale molto ampio all'inizio dell'evento, con caratteristiche incompatibili con quelle di un terremoto, seguito quasi immediatamente da un segnale tipico di una piena. La sua interpretazione preliminare descrive una valanga di roccia e ghiaccio trasformatasi in colata durante la discesa.
Restano segnali da spiegare. Un sismometro installato a Jilong, a una dozzina di chilometri dall'area colpita, ha registrato tracce anomale nella finestra temporale del disastro, e anche una seconda stazione a Zhangmu ha rilevato attività irregolare. I ricercatori stanno verificando se quei segnali siano riconducibili alla valanga sospettata. Al momento nessun nesso causale tra attività sismica e piena è stato stabilito.
Che cosa ha fatto cedere il ghiacciaio
Le immagini della costellazione Planet Labs acquisite il mattino stesso hanno dato la prima misura del fenomeno. Daniel Shugar, geologo dell'Università di Calgary, ha stimato che la porzione terminale di un ghiacciaio si sia staccata intorno ai 5.200 metri e sia caduta per circa milleduecento metri fino al fondovalle, con un fronte largo all'incirca seicento metri. La descrizione che ne ha dato è quella di una rottura netta, con la zona di deposito che nelle immagini appare disgregata come dopo un'esplosione. Si tratta comunque di una stima ricavata da riprese satellitari parzialmente ostacolate dalla copertura nuvolosa, quindi non parliamo ancora di rilievo sul terreno.
Il salto di quota è la variabile che rende questi eventi così distruttivi. Simon Cook, glaciologo dell'Università di Dundee, ha ricondotto la violenza dell'accaduto alla quantità di energia potenziale accumulata da un volume di ghiaccio conservato a quote elevate, energia che si scarica tutta insieme nel momento in cui il vincolo cede. Durante la caduta buona parte di quel ghiaccio si polverizza e si converte in acqua, alimentando la colata prima ancora che questa raggiunga il fiume.
C'è poi un fattore stagionale. La ricostruzione avanzata dai ricercatori che stanno studiando l'evento prevede che la valanga abbia incorporato, lungo la discesa, sedimento già saturo d'acqua per via del monsone in corso, e che si sia trasformata in un flusso molto più mobile e molto più denso di quanto sarebbe stato in una stagione secca. Il materiale mobilizzato ha quindi ostruito temporaneamente la Lhende Khola formando uno sbarramento naturale, e il cedimento di quello sbarramento ha liberato l'ondata verso il basso. È lo schema classico della cascata di pericoli in ambiente d'alta quota, dove il fenomeno iniziale conta meno della catena che innesca.
Nessuno degli scienziati coinvolti considera il quadro chiuso. Shugar ha osservato che il volume d'acqua coinvolto appare superiore a quanto il solo crollo giustificherebbe, e ha lasciato aperta l'ipotesi di un secondo contributo, compreso lo svuotamento di un lago glaciale. Il Dipartimento di idrologia e meteorologia del Nepal ha indicato la stessa possibilità, e ha precisato in un aggiornamento dedicato che nell'area di Rasuwa non si erano registrate precipitazioni rilevanti né martedì né mercoledì. Anche i cantieri presenti nella zona rientrano fra gli elementi che gli studiosi intendono verificare.
Un punto ancora controverso
Le fonti divergono su dove esattamente si sia staccata la massa. L'Autorità nazionale nepalese per la riduzione del rischio di disastri, sulla base della prima lettura delle immagini Planet Labs, colloca la frana di ghiaccio e roccia nella Lhende circa venti chilometri a nordest del valico di Rasuwagadhi, quindi in territorio tibetano, e la stessa localizzazione compare nella nota correttiva dello United States Geological Survey. Saswata Sanyal, specialista di riduzione del rischio del centro di Kathmandu, ha invece attribuito la valanga a un ghiacciaio situato sul versante nepalese. La differenza pesa, perché determina quale delle due amministrazioni abbia giurisdizione sul monitoraggio del sito e quale catena di allerta avrebbe dovuto attivarsi.
La geografia di un corridoio stretto
Il distretto di Rasuwa conta circa cinquantamila abitanti e si sviluppa lungo una valle incassata che scende dalla frontiera cinese verso sud. La Lhende Khola raccoglie le acque di alta quota e confluisce nel Bhote Koshi, che entra in Nepal dal Tibet e più a valle prende il nome di Trishuli. Il Trishuli si unisce poi al Narayani, che varcato il confine indiano diventa il Gandak e attraversa il Bihar. Una perturbazione originata a 5.200 metri di quota può quindi propagare i suoi effetti idraulici per centinaia di chilometri, fino alla pianura gangetica.
La conformazione del corridoio spiega buona parte della letalità. Le gole strette impediscono all'onda di espandersi lateralmente e la costringono ad alzarsi, mentre le stesse strettoie offrono il punto ideale perché un accumulo di detriti si incastri e formi una diga naturale. Su quel poco fondovalle disponibile si concentra tutto quello che serve alla valle, ovvero la strada, il mercato, gli alloggi dei lavoratori e le opere di presa delle centrali. Il valico di Rasuwagadhi è inoltre uno dei principali punti di transito verso il Tibet per i pellegrini diretti al Kailash e al lago Manasarovar, il che spiega la quota molto alta di stranieri fra i dispersi, 579 secondo il bollettino della polizia nepalese di giovedì mattina.
Precedenti che si somigliano
La Lhende Khola è esondata due volte in quattordici mesi. L'8 luglio 2025 una piena improvvisa aveva travolto il ponte dell'Amicizia fra i due paesi, ucciso nove persone e messo fuori uso circa 211 megawatt di produzione. Il Dipartimento di idrologia e meteorologia nepalese ricondusse quell'episodio allo svuotamento di un lago sopraglaciale situato una trentina di chilometri a nord della frontiera, a circa 5.150 metri di quota, la cui superficie passò da 0,74 a 0,60 chilometri quadrati fra le immagini precedenti e quelle successive all'evento.
Un caso analogo, ma su un altro fiume omonimo, riguarda il Bhotekoshi del Sindhupalchowk. Il 5 luglio 2016 il piccolo lago Gongbatongsha, nel bacino del Poiqu in territorio tibetano, si svuotò dopo che una frana ne aveva scavalcato lo sbarramento morenico. La ricostruzione modellistica pubblicata su Scientific Reports da Ashim Sattar e colleghi calcola che la portata di picco alla confluenza sia passata da 618 a 4.123 metri cubi al secondo, con danni superiori ai settanta milioni di dollari fra la centrale di Upper Bhotekoshi e la strada Arniko.
Il termine di paragone più citato in queste ore resta però il disastro di Chamoli, nell'Uttarakhand indiano. Il 7 febbraio 2021 circa ventisette milioni di metri cubi fra roccia e ghiaccio si staccarono dalla parete nord del Ronti Peak, secondo l'analisi coordinata dallo stesso Shugar e pubblicata su Science. La valanga si trasformò in una colata detritica eccezionalmente mobile, capace di trasportare massi di oltre venti metri di diametro e di erodere le pareti della valle fino a 220 metri sopra il fondo. Due impianti idroelettrici furono distrutti e le vittime superarono le duecento. Il meccanismo osservato in Nepal ricalca quella sequenza quasi punto per punto.
Il ghiaccio che arretra e i versanti che restano
Sul ruolo del riscaldamento globale il comunicato diffuso dal centro di Kathmandu è esplicito nel dire che è troppo presto per stabilire quanto abbia inciso su questo specifico crollo. Il contesto in cui il crollo è avvenuto, però, è documentato. I rapporti pubblicati dallo stesso centro a marzo 2026 indicano che la perdita di massa dei ghiacciai dell'Hindu Kush Himalaya è raddoppiata dopo il 2000 e che dal 1975 lo spessore del ghiaccio si è ridotto fino a ventisette metri, su un inventario di oltre 63.700 apparati glaciali, un arretramento che sta ridisegnando la disponibilità idrica di mezza Asia.
Quando un ghiacciaio si assottiglia smette di sostenere le pareti rocciose che prima teneva compresse, e il permafrost che cementava i detriti d'alta quota perde consistenza. Shugar ha ipotizzato che la fusione della neve possa aver permesso all'acqua di infiltrarsi nelle fratture del ghiaccio e della roccia, indebolendo il legame fino alla rottura. Le osservazioni satellitari mostrano condizioni insolitamente calde intorno al ghiacciaio interessato nei giorni precedenti, con una copertura nevosa ridotta e più ghiaccio nudo esposto. Serviranno settimane di analisi per capire quanto questo abbia contato.
Quello che il fiume ha portato via
Fra le cose distrutte dall'onda ci sono le stazioni idrometriche installate lungo il Trishuli per misurare piene come questa. Diversi sensori risultano danneggiati o asportati, e di fatto l'unico impianto rimasto operativo lungo il tratto colpito è quello di Galchchi, che è anche la fonte del dato sui nove metri in mezz'ora. La rete di monitoraggio nepalese ha perso una parte della propria capacità di osservazione proprio nel momento in cui serviva di più.
Il nodo dell'allerta precoce torna a ogni evento di questo tipo. Sanyal lo ha definito la prima linea di adattamento in un Himalaya che si scalda, sul presupposto che il tempo concesso alle comunità per reagire pesi quanto le opere costruite per proteggerle. Basanta Raj Adhikari, direttore del Centro per gli studi sui disastri dell'Università Tribhuvan, ha aggiunto che il profilo di rischio degli abitati a valle, da Rasuwa a Betrawati, sta cambiando in fretta e che l'informazione in tempo reale deve arrivare ai decisori locali in una forma che permetta di prendere decisioni.
Il rischio, intanto, non è concluso. Qianggong Zhang, responsabile dei rischi climatici e ambientali del centro di Kathmandu, ha segnalato che un accumulo di detriti resta incastrato a monte lungo la frontiera e che le autorità temono una seconda ondata. Il porto di Jilong è stato posto sotto ordine di evacuazione mentre le squadre di soccorso lavorano a valle. Chi cerca i dispersi lo sta facendo sotto una diga che nessuno ha progettato e che nessuno sa quanto reggerà.
Domande frequenti
Che cosa ha causato l'alluvione tra Nepal e Tibet del 26 agosto 2026?
Un blocco di ghiaccio e roccia si è staccato da un versante a circa 5.200 metri di quota ed è precipitato per oltre un chilometro nella valle della Lhende Khola, affluente del Bhote Koshi. La massa ha sbarrato temporaneamente il corso d'acqua e il cedimento di quello sbarramento ha liberato l'ondata verso valle.
C'è stato davvero un terremoto prima dell'alluvione in Nepal?
No. Lo United States Geological Survey aveva diffuso un primo bollettino per una scossa di magnitudo 4.4, poi corretto. L'analisi delle stazioni vicine, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari ha stabilito che il segnale, rivalutato a magnitudo 5.2, era prodotto dal crollo stesso e che nessun terremoto era avvenuto.
Dove si trova esattamente la valle colpita dall'alluvione del Bhote Koshi?
La Lhende Khola scorre lungo il confine tra il distretto nepalese di Rasuwa e la contea tibetana di Gyirong, a monte del valico di Rasuwagadhi. Confluisce nel Bhote Koshi, che in Nepal diventa Trishuli, poi Narayani e infine Gandak dopo essere entrato nello stato indiano del Bihar.
Quanti sono i morti e i dispersi dell'alluvione in Nepal e Tibet?
Alle prime ore di giovedì 27 agosto la polizia nepalese contava 165 corpi recuperati e 826 persone non rintracciate, fra cui 579 turisti stranieri. Le autorità cinesi hanno riferito tre vittime e 558 dispersi nella contea di Gyirong. I bilanci restano provvisori perché diverse aree sono ancora irraggiungibili.
Il cambiamento climatico ha causato il crollo del ghiacciaio in Nepal?
Non è dimostrato per questo singolo evento. Il centro di ricerca di Kathmandu ha scritto che è troppo presto per quantificare il contributo del riscaldamento a un crollo specifico. È documentato invece che i ghiacciai dell'Hindu Kush Himalaya hanno raddoppiato il ritmo di perdita di massa dopo il 2000, con versanti che si destabilizzano man mano che il ghiaccio arretra.