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Eruzione dell'Etna, quello che i dati dicono e quello che si continua a raccontare
Eruzione dell'Etna, quello che i dati dicono e quello che si continua a raccontare
Il vulcanologo INGV Boris Behncke smonta le imprecisioni sull'eruzione: il mito del gigante buono, il primato sbagliato.
La sera di domenica 16 agosto un escursionista statunitense di 29 anni è stato colpito da un fulmine nella zona di Rocca Capra, all'interno della Valle del Bove, durante un temporale. Soccorso poco prima delle venti e trasportato in elicottero all'ospedale Cannizzaro di Catania, è arrivato in arresto cardiorespiratorio e non è stato possibile rianimarlo. Quasi tutte le testate italiane hanno riferito che si trovava in una zona vietata del vulcano. Boris Behncke, vulcanologo dell'INGV Osservatorio Etneo, racconta invece che la vittima era intorno ai 1300 metri di quota, dove l'accesso a piedi era consentito. Le cronache collocano il punto dell'incidente attorno ai 1400 metri, non lontano dal fronte lavico che quel giorno si attestava a circa 1395 metri tra Rocca delle Palombe e Rocca Musarra.
Quella precisazione è una delle tante contenute in un lungo intervento che Behncke ha pubblicato ieri, 18 agosto, sul suo profilo Facebook, scritto in risposta alle domande e alle imprecisioni accumulate nei giorni dell'eruzione. Il ricercatore affronta la natura dell'episodio in corso, i limiti delle categorie con cui si classificano le eruzioni etnee, il conteggio reale delle vittime del vulcano in 2700 anni di storia documentata. Vale la pena ripercorrere quei punti uno per uno.
Un vulcano diverso da quello che continuiamo a raccontare
Per secoli l'Etna si è comportato come un vulcano prevalentemente effusivo, e da lì nasce la formula del "gigante buono" che sopravvive ancora oggi nei titoli e nelle conversazioni al bar. Negli ultimi tre decenni il suo carattere è cambiato in modo netto. Oggi la montagna siciliana figura tra i vulcani che al mondo producono attività esplosiva con la maggiore frequenza, e i parossismi del Cratere di Sudest e della Voragine sono diventati una routine stagionale piuttosto che un'eccezione da manuale.
Il primato che nessuno verifica
Un esempio di quanto poco controllo passi attraverso l'informazione corrente sta in una frase che compare praticamente ogni volta che l'Etna erutta e cioè che sia il vulcano attivo più alto d'Europa. Il Teide, a Tenerife, misura 3715 metri contro i circa 3357 dell'Etna, quindi lo supera di quasi 350 metri, e appartiene alla Spagna. La definizione regge solo scegliendo con cura dove si decide che finisca l'Europa. È un errore innocuo, e proprio per questo istruttivo, viene ripetuto da decenni senza che nessuno lo verifichi, perché suona bene.
Perché la taglia della montagna conta
La stessa grandezza che rende l'Etna così visibile ne attenua gli effetti. Un parossismo che parte da quota 3000 metri disperde la maggior parte della sua energia su una montagna enorme, con versanti lunghi e centri abitati distanti. Lo stesso fenomeno su un edificio vulcanico più piccolo e circondato da una densità abitativa incomparabile, come il Vesuvio, avrebbe conseguenze di tutt'altro ordine. Il confronto serve a mettere le cose in proporzione, non a rassicurare, e significa che l'Etna produce spettacolo e disagi dove un altro vulcano produrrebbe vittime.
Le categorie delle eruzioni e i loro limiti
Le eruzioni etnee vengono classificate in due grandi famiglie. Le sommitali avvengono da uno o più dei quattro crateri di vetta, Nordest, Voragine, Bocca Nuova e Sudest, e possono accompagnarsi ad attività da bocche poco sotto la vetta, dette subterminali, ancora collegate ai condotti centrali. Le eruzioni di fianco si dividono a loro volta in laterali ed eccentriche.
Le laterali sono alimentate dallo stesso magma che risale nei condotti centrali e che trova fratture attraverso cui spingersi nei fianchi della montagna, uscendo a quote più basse e togliendo alimentazione ai crateri sommitali. Rientrano in questa categoria le eruzioni del 1971, del 1981, del 1983, quella durata tra il 1991 e il 1993 e quella tra il 2008 e il 2009. Le eccentriche funzionano diversamente; infatti, il magma non passa dai condotti centrali, si apre una via dove prima non ce n'era e arriva in superficie con un carico di gas maggiore, quindi con esplosività più alta. Sono più rare, e vengono considerate tali quelle del 1974, del 2001 e la sequenza tra il 2002 e il 2003.
L'episodio in corso da inizio agosto non rientra bene in nessuna casella. L'attività è cominciata il 6 agosto con una fontana di lava alla Voragine, si sono aperte bocche effusive a 2750 e intorno ai 1900 metri, e il 17 agosto se ne è aggiunta un'altra tra 2200 e 2350 metri dopo il collasso di una porzione del cono di Monte Rittmann. Nel 2008 l'attività ai crateri sommitali si era fermata poco dopo l'apertura delle bocche laterali. Questa volta la Voragine continua a lavorare e riversa lava nel vicino Cratere di Nordest mentre bocche molto più basse alimentano colate nella Valle del Bove. Che i vulcanologi stessi discutano se si tratti di uno scenario sommitale con estensione subterminale o di qualcosa di diverso non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori ma mostra che la classificazione è uno strumento nostro, e che il vulcano non ha alcun obbligo di rispettarla.
Quante persone ha ucciso davvero l'Etna
Il conteggio ricostruito da Behncke sui 2700 anni di storia documentata arriva a 77 vittime. Cinquantanove di queste morirono in un solo evento, nel 1843 presso Bronte, quando la lava raggiunse una cisterna ancora piena d'acqua e l'esplosione di vapore travolse le persone accorse a osservare. Altri episodi analoghi hanno colpito chi si trovava sui crateri: due alpinisti nel 1929 sul Cratere di Nordest, nove turisti nel 1979 alla Bocca Nuova, altri due nel 1987 al Cratere di Sudest. Tutte esplosioni improvvise, tutte a chi era in quota.
Nella storia documentata dell'Etna nessuno è mai stato ucciso da un'eruzione mentre si trovava nella propria casa o nelle vicinanze. L'eruzione del 1669, che distrusse parzialmente o completamente una decina di abitati e danneggiò una porzione di Catania, non produsse morti per attività vulcanica. Nemmeno quella del 1928, che cancellò gran parte di Mascali e di cui tra due anni ricorre il centenario.
Dal 1987 non si registrano vittime dell'attività eruttiva. Nello stesso periodo sulla montagna sono morte decine di persone per cadute, scivolate, malori legati allo sforzo e fulminazioni. Tra il 1999 e il 2004 i fulmini hanno ucciso quattro persone sull'Etna. Il rischio che ha ucciso l'escursionista statunitense il 16 agosto appartiene a questa seconda lista, quella dei pericoli di montagna che il richiamo dell'eruzione moltiplica portando in quota molte più persone, spesso senza attrezzatura e senza lettura del meteo.
Prima dei social
Come ricorda Behncke nel suo post, l'idea che la disinformazione sia una malattia di Internet regge male alla prova dei documenti. Il 31 luglio 1960 la Domenica del Corriere uscì con una copertina illustrata da Walter Molino che ritraeva bagnanti in fuga da una spiaggia, ombrelloni rovesciati, l'Etna innevato sullo sfondo e una colonna eruttiva a forma di fungo atomico. La didascalia parlava di lapilli scagliati a oltre ottomila metri di quota.
L'evento reale era il parossismo della Voragine del 17 luglio 1960. Sulle spiagge di Fondachello alcune persone si spaventarono davvero, e circolò l'idea che i sovietici avessero sganciato una bomba atomica proprio sull'Etna. Della scena disegnata da Molino quasi nulla corrisponde, con un'eccezione, e cioè la montagna era effettivamente imbiancata, coperta dalla grandine caduta durante un temporale estivo. Sessantasei anni prima dei social, con un tempo di produzione di giorni e una redazione a Milano, il risultato è lo stesso di oggi.
Quello che l'informazione sbagliata costa davvero
Il danno di una notizia imprecisa sull'Etna non si misura in commenti sbagliati sotto un post. Si misura in inerzia amministrativa. Le reazioni pubbliche a un episodio come quello in corso sono identiche a quelle di venticinque anni fa: allarme, lamentela, richiesta generica che qualcuno faccia qualcosa. Nel frattempo il vulcano ha cambiato comportamento e i comuni etnei continuano a gestire la caduta di cenere e lapilli come un'emergenza imprevista invece che come un fenomeno ricorrente da pianificare, con criteri di raccolta, smaltimento ed eventuale riutilizzo del materiale piroclastico.
Lo stesso vale per la sicurezza sismica delle abitazioni, che sull'Etna riguarda i terremoti superficiali di magnitudo modesta ma capaci di danni severi proprio per la scarsa profondità. Chi vive alle pendici di un vulcano attivo ha un criterio in più da applicare quando sceglie chi lo rappresenta, e non coincide con la capacità di indignarsi in diretta durante un'eruzione.
Nota: La ricostruzione qui riportata riprende e parafrasa un lungo intervento pubblicato su Facebook da Boris Behncke, ricercatore dell'INGV Osservatorio Etneo di Catania, scritto in risposta alle domande e alle imprecisioni circolate nei giorni dell'eruzione. Vale la pena aggiungere un dato che raramente compare nei resoconti: la Voragine, il cratere che oggi alimenta le colate e la nube di cenere che limita i voli su Catania, è la stessa bocca che nel luglio 1960 fece scappare i bagnanti di Fondachello convinti di aver visto un'esplosione nucleare.