Cos'è El Niño e come influenzerà il clima globale nel 2027

El Niño verso valori mai visti dal 1950. Cosa cambia per il clima del 2027 e quali miti online non reggono

21 settembre 2026 11:17
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Ad agosto 2026 la superficie del Pacifico equatoriale orientale era più calda della norma di oltre 3 °C. Il 10 settembre il Climate Prediction Center della NOAA ha scritto, nella sua discussione diagnostica mensile sull'ENSO, che El Niño si sta ancora rafforzando e che la probabilità di un evento molto forte tra l'autunno e l'inverno boreale supera il 90%. Nello stesso documento compare una stima che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata un'iperbole, cioè una probabilità del 75% che nel trimestre ottobre-dicembre l'evento superi per intensità tutti quelli registrati dal 1950.

Numeri di questo tipo hanno due conseguenze. La prima riguarda il clima del pianeta, perché l'effetto di El Niño sulla temperatura media globale si fa sentire soprattutto nell'anno che segue la sua fase di sviluppo, e quindi nel 2027. La seconda riguarda il modo in cui il fenomeno viene raccontato. Negli ultimi mesi sono circolati titoli su un El Niño "più forte degli ultimi mille anni", su un inverno gelido in arrivo in Italia, su una categoria ufficiale chiamata "Super El Niño". Nessuna di queste affermazioni regge alla verifica nella forma in cui è stata diffusa. Per capire perché, conviene partire da cosa sia davvero El Niño.

Punti chiave

  • Il 10 settembre 2026 la NOAA ha stimato oltre il 90% di probabilità di un El Niño molto forte nell'inverno 2026-2027 e il 75% di un evento più intenso di tutti quelli registrati dal 1950.

  • Il record storico dell'indice RONI è +2,5 °C, raggiunto nel 1982-1983, mentre l'El Niño del 2023-2024 si era fermato a +1,5 °C.

  • L'effetto di El Niño sulla temperatura globale arriva con circa tre mesi di ritardo, e per questo le analisi di Carbon Brief stimano per il 2027 circa 1,7 °C sopra il livello preindustriale con il 92% di probabilità di record.

  • Lo studio pubblicato su Science sui coralli delle Galápagos riguarda gli eventi degli ultimi quarant'anni e non misura l'intensità di El Niño del 2026.

  • La WMO definisce El Niño un fenomeno naturale non causato dal cambiamento climatico e ricorda che la forza di un evento non determina da sola gli impatti regionali.

  • Per l'Europa le previsioni stagionali di Copernicus ed ECMWF indicano temperature sopra la media, senza alcun segnale a sostegno dell'inverno gelido diffuso online.

Cos'è El Niño e da dove viene il nome

El Niño è la fase calda di un'oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera nel Pacifico tropicale, chiamata El Niño-Oscillazione Meridionale (ENSO nella sigla inglese). La fase opposta, fredda, è La Niña; tra le due esiste una fase neutra. Secondo l'Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), un episodio di El Niño si presenta in media ogni due-sette anni e dura tra i nove e i dodici mesi. Di solito comincia a svilupparsi tra marzo e giugno e raggiunge la massima intensità tra novembre e febbraio.

Il nome viene dai pescatori della costa peruviana ed ecuadoriana, che da secoli notavano l'arrivo di acque insolitamente tiepide attorno al periodo natalizio. Lo chiamarono El Niño, il Bambino, con riferimento a Gesù Bambino. Quelle acque calde coincidevano con annate di pesca scarse, perché bloccano la risalita delle acque profonde fredde e ricche di nutrienti da cui dipendono le acciughe.

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Un oceano e un'atmosfera che si parlano

La parte atmosferica del fenomeno fu descritta prima di quella oceanica. Negli anni Venti del Novecento il meteorologo britannico Gilbert Walker, che lavorava in India cercando di prevedere i monsoni, individuò una specie di altalena della pressione atmosferica tra il Pacifico orientale e la regione indonesiana. La chiamò Oscillazione Meridionale. Quando la pressione sale da una parte, scende dall'altra. Ancora oggi l'indice che la misura confronta le pressioni di Tahiti e di Darwin, in Australia settentrionale.

Il collegamento tra le due metà del sistema arrivò nel 1969, quando il meteorologo norvegese Jacob Bjerknes mostrò che il riscaldamento delle acque del Pacifico orientale e l'indebolimento dell'altalena di Walker erano lo stesso fenomeno visto da due lati. Da quella intuizione deriva il nome composto ENSO e buona parte della fisica che i modelli di previsione usano ancora oggi.

Il meccanismo, dagli alisei al termoclino

In condizioni normali gli alisei soffiano da est verso ovest lungo l'equatore e spingono l'acqua superficiale riscaldata dal sole verso l'Asia. Nel Pacifico occidentale si accumula così una grande piscina di acqua calda, sopra la quale l'aria sale, si raffredda e produce piogge abbondanti su Indonesia e Australia settentrionale. Nel Pacifico orientale succede il contrario. L'aria scende, il cielo è più sereno e al largo del Perù risale acqua fredda dalle profondità. Questa cella di circolazione, con aria che sale a ovest e scende a est, porta il nome di Walker ed è il motore di tutto il sistema.

Lo strato che separa l'acqua calda superficiale da quella fredda profonda, il termoclino, è inclinato. Si trova in profondità a ovest, dove l'acqua calda è stata ammucchiata dai venti, e vicino alla superficie a est. Proprio per questo lungo le coste sudamericane basta poco perché l'acqua fredda affiori.

Durante El Niño gli alisei si indeboliscono e in alcuni periodi si invertono, con raffiche di vento da ovest. L'acqua calda accumulata a ovest comincia a scivolare verso est sotto forma di onde oceaniche lente (le onde di Kelvin), il termoclino a est si abbassa e la risalita porta in superficie acqua meno fredda del solito. Il contrasto di temperatura tra le due sponde dell'oceano si riduce, e con esso la forza che alimenta gli alisei. I venti si indeboliscono ancora, l'acqua calda avanza ulteriormente. È la retroazione descritta da Bjerknes, un circuito che si autoalimenta finché qualcosa non lo interrompe.

La pioggia segue l'acqua calda. La convezione tropicale si sposta dal continente marittimo indonesiano verso il Pacifico centrale e orientale, e con essa si spostano le correnti in quota che trasportano calore e umidità verso le medie latitudini. È questo spostamento, più che il calore dell'oceano in sé, a produrre effetti a migliaia di chilometri di distanza.

La discussione della NOAA di settembre descrive esattamente questa sequenza nei dati di agosto 2026. Anomalie di vento da ovest nei bassi strati dal Pacifico occidentale fino a quello centro-orientale, convezione e piogge rafforzate tra Pacifico centrale e orientale, precipitazioni ridotte sopra l'Indonesia, termoclino più profondo della media e indici dell'Oscillazione Meridionale negativi. In una parola, un sistema accoppiato oceano-atmosfera in piena fase calda.

Come si misura un El Niño

Per decenni il riferimento principale è stato l'Oceanic Niño Index (ONI), la media su tre mesi dell'anomalia di temperatura superficiale del mare nella regione chiamata Niño 3.4, un rettangolo di oceano compreso tra 5° di latitudine nord e 5° sud e tra 170° e 120° di longitudine ovest. Quando l'indice supera +0,5 °C per un periodo prolungato si parla di condizioni di El Niño; sotto −0,5 °C di La Niña.

Il riscaldamento globale ha complicato le cose. Se tutti gli oceani tropicali si scaldano, anche la regione Niño 3.4 risulta più calda della media storica senza che il Pacifico si comporti diversamente dal solito. Per questo il Climate Prediction Center usa ora il Relative Oceanic Niño Index (RONI), che dall'anomalia della regione Niño 3.4 sottrae l'anomalia media di tutta la fascia tropicale, tra 20° nord e 20° sud, e poi riscala il valore perché abbia la stessa variabilità dell'indice originale. La WMO spiega che questo approccio misura il riscaldamento relativo e aiuta a capire se un evento è guidato dall'ENSO o dal riscaldamento generale degli oceani.

La serie storica del RONI, pubblicata dalla NOAA a partire dal 1950, rende più chiaro cosa significhi la parola "storico" usata a settembre. I valori trimestrali più alti mai registrati sono +2,5 °C tra la fine del 1982 e l'inizio del 1983, +2,4 °C nel 1997 e +2,4 °C nel 2015. L'El Niño del 2023-2024, quello che contribuì a fare del 2024 l'anno più caldo mai misurato, si fermò a +1,5 °C. La soglia fissata dalla NOAA per un evento senza precedenti dal 1950 è un RONI trimestrale di +2,5 °C o più.

Dove si trova oggi l'evento in corso

Il percorso del 2026 è stato rapido. All'inizio dell'anno il Pacifico era ancora in una debole fase di La Niña, che in primavera è passata alla neutralità. A fine maggio la WMO stimava all'80% la probabilità di El Niño per il trimestre giugno-agosto. Il 3 settembre la stessa organizzazione ha comunicato una probabilità vicina al 100% che l'evento duri almeno fino a febbraio 2027, precisando che è la prima volta che un suo aggiornamento su El Niño e La Niña risulta così netto.

I dati di agosto riportati dalla NOAA mostrano anomalie di +1,8 °C nella regione Niño 3.4, +2,5 °C in Niño 3 e +3,4 °C in Niño 1+2, l'area più vicina alle coste del Perù. Fa eccezione solo la regione Niño 4, nel Pacifico centro-occidentale, scesa a +0,1 °C. È la firma di un evento centrato sul Pacifico orientale, lo stesso tipo di configurazione del 1982-1983 e del 1997-1998.

Sotto la superficie la situazione è ancora più marcata. La NOAA segnala anomalie superiori a +10 °C in profondità, mentre la WMO riferisce valori oltre +8 °C tra luglio e inizio agosto. Questa riserva di acqua calda sottostante è ciò che fa ritenere probabile un ulteriore rafforzamento nei prossimi mesi. La stima sull'evento storico si è mossa di conseguenza, passando dal 69% indicato dalla NOAA a metà agosto al 75% di settembre.

Accanto al Pacifico ci sono altri due oceani da tenere d'occhio. La WMO prevede lo sviluppo di un Dipolo dell'Oceano Indiano positivo, con un valore medio di 0,9 °C nel trimestre settembre-novembre, e un Atlantico tropicale che resta più caldo della norma sia a nord sia a sud dell'equatore. Secondo l'agenzia queste condizioni possono rafforzare, attenuare o modificare gli effetti tipici di El Niño a seconda della regione.

Perché il 2027 conta più del 2026

Il calore che El Niño porta in superficie non si trasferisce subito all'atmosfera di tutto il pianeta. Tra il picco delle temperature nel Pacifico tropicale e la massima risposta della temperatura media globale passano circa tre mesi, come ricorda l'analisi periodica sullo stato del clima di Carbon Brief. Un evento che culmina tra novembre e dicembre 2026 avrà quindi il suo effetto maggiore sul 2027. La WMO scrive la stessa cosa in forma più generale, indicando che l'impatto di El Niño sulle temperature globali può essere più evidente nell'anno successivo al suo sviluppo.

Il precedente degli ultimi tre grandi eventi

Lo schema si è ripetuto con regolarità. Il 1998, il 2016 e il 2024 sono stati anni record, e in tutti e tre i casi seguivano l'inverno di picco di un forte El Niño. L'anno di sviluppo dell'evento era stato caldo, quello successivo ha battuto i primati. Il 2024, secondo la WMO, ha chiuso con una temperatura media globale di 1,55 °C sopra i livelli preindustriali.

Il 2026 parte già da valori molto alti. Il servizio europeo Copernicus ha calcolato che agosto 2026 ha avuto una temperatura media globale dell'aria in superficie di 16,96 °C, 1,65 °C sopra il periodo preindustriale 1850-1900, pari merito con luglio 2023 come mese più caldo mai registrato nei suoi dati. Nello stesso mese la temperatura media degli oceani extrapolari ha toccato 21,07 °C, record per agosto. Copernicus attribuisce questi valori alla combinazione tra il riscaldamento causato dalle emissioni di gas serra e il rapido aumento delle temperature nel Pacifico equatoriale legato a El Niño.

Le stime per il prossimo anno non coincidono

Sul 2027 le proiezioni convergono nella direzione ma non nel valore. Carbon Brief, in un'analisi pubblicata a inizio agosto, stima per il 2027 una temperatura di circa 1,7 °C sopra il livello preindustriale, con il 92% di probabilità di un nuovo record e il 94% di superare 1,5 °C. Berkeley Earth, nell'aggiornamento di metà agosto riportato da Bloomberg, attribuiva il 69% di probabilità a un record già nel 2026 e considerava comunque probabile un nuovo massimo nel 2027. La paleoclimatologa Julia Cole dell'Università del Michigan, intervistata da Earth.com, ha citato previsioni tra 1,7 e 1,8 °C sopra il livello preindustriale per l'anno a venire. La WMO, nel suo aggiornamento decennale di maggio, stimava all'86% la probabilità che almeno uno degli anni tra il 2026 e il 2030 superi il 2024.

Una parte delle differenze dipende dai dataset. Le serie di temperatura globale curate da NASA, NOAA, Met Office, Berkeley Earth e Copernicus usano metodi diversi, e Carbon Brief osserva che la classifica finale del 2026 potrebbe cambiare a seconda della serie considerata, come già accadde nel 2015. Un altro punto va chiarito. Un singolo anno sopra 1,5 °C non equivale al superamento della soglia dell'Accordo di Parigi, che si riferisce a medie su periodi di circa vent'anni.

Gli effetti regionali attesi

L'impronta di El Niño sulle precipitazioni è nota da decenni, anche se ogni evento la interpreta a modo suo. Berkeley Earth, in un'analisi pubblicata a fine luglio, ha riassunto il comportamento dei forti eventi passati. Condizioni più secche tendono a presentarsi su Indonesia e Sud-Est asiatico, Australia orientale, Africa meridionale e Amazzonia settentrionale, con un monsone indiano più debole. Sul lato opposto, le coste di Perù ed Ecuador e il sud degli Stati Uniti ricevono di solito più pioggia durante l'inverno boreale.

Alcuni di questi segnali sono già visibili; infatti, la NOAA registra precipitazioni ridotte sopra l'Indonesia e il servizio Copernicus per il monitoraggio dell'atmosfera collega all'evento in corso l'intensificazione della stagione degli incendi indonesiana. Per il trimestre settembre-novembre le previsioni multi-modello della WMO indicano temperature sopra la media su quasi tutte le terre emerse.

La stessa WMO, nel comunicato del 3 settembre, insiste però su un punto che conviene tenere a mente. La forza di un evento non stabilisce da sola quanto saranno gravi gli effetti in un singolo Paese o in una singola regione, perché questi dipendono dalla stagione, dalla posizione geografica e dagli altri motori del clima.

Europa e Italia, un legame indiretto

Il Mediterraneo è lontano dalle regioni in cui El Niño lascia le tracce più regolari. L'influenza arriva attraverso le teleconnessioni, cioè modifiche della circolazione atmosferica che si propagano come onde su scala planetaria, e lungo la strada si sommano all'effetto dell'Atlantico, del vortice polare, della neve al suolo e della temperatura del mare. Per questo due eventi di intensità simile hanno lasciato inverni europei molto diversi tra loro.

Per l'autunno 2026 le previsioni stagionali di Copernicus mostrano un segnale abbastanza netto verso temperature sopra la media su gran parte dell'Europa, Italia compresa. Francesco Meneguzzo, commissario del Consorzio LaMMA-CNR, ha però precisato a Sky TG24 che i dati non consentono di prevedere in modo affidabile un autunno piovoso, né di dire che i tre mesi saranno caldi senza interruzioni. Una previsione stagionale indica quale scenario è più probabile rispetto alla climatologia, non il tempo di un giorno preciso in una città precisa.

I miti che circolano online

La combinazione di un evento eccezionale e di previsioni espresse in probabilità ha prodotto una quantità di affermazioni che mescolano dati veri, interpretazioni forzate e ipotesi senza fonte. Alcune meritano di essere smontate una per una.

Il più forte degli ultimi mille anni, cosa dice davvero lo studio

Tra la fine di agosto e settembre diversi siti hanno titolato che El Niño del 2026 sarebbe il più forte degli ultimi mille anni. Fast Company ha usato questa formula nel titolo di un articolo ripreso da altri siti, e la voce di Wikipedia in lingua inglese dedicata all'evento attribuisce una previsione simile alla WMO. Nel comunicato della WMO del 3 settembre questa affermazione non compare.

L'origine è uno studio pubblicato su Science dal gruppo guidato da Julia Cole, che ha ricostruito la temperatura del mare alle Galápagos attraverso la chimica di coralli vivi e fossili. Secondo la descrizione del lavoro riportata da Earth.com, il gruppo ha campionato 13 coralli su cinque isole ricavando 28 serie di temperatura, e ha misurato una variabilità dell'ENSO nel Pacifico orientale più alta del 36,5% nel periodo moderno rispetto agli anni tra il 1000 e il 1850. Il risultato riguarda la media degli eventi degli ultimi quarant'anni. Lo studio, pubblicato su Science con revisione paritaria, non misura e non poteva misurare l'evento del 2026, che è ancora in fase di crescita.

Il caso rientra nella categoria dell'esagerazione più che dell'errore. Il dato scientifico è vero, il titolo lo ha trasferito su un oggetto diverso. Gli autori stessi indicano limiti che nel rilancio sono spariti. Secondo quanto riportato, le carote di corallo coprono il 48% degli anni tra il 1100 e il 2015 e la copertura si dirada molto prima del 1500. Altre ricostruzioni, basate anche su anelli degli alberi e sedimenti, collocano l'aumento della variabilità nel XIX secolo, prima del grosso del riscaldamento, e il lavoro non costituisce uno studio formale di attribuzione.

Super El Niño non è una categoria ufficiale

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La NOAA e la WMO usano scale descrittive che distinguono eventi deboli, moderati, forti e molto forti. "Super El Niño" è un'etichetta giornalistica, comoda ma priva di una soglia definita. Il termine tecnico per l'evento in corso, nei documenti ufficiali di settembre, è molto forte, e quando la NOAA parla di evento storico lo lega a un numero preciso, il RONI di +2,5 °C.

Riscaldamento globale ed El Niño, due cose distinte che si sommano

Una delle confusioni più diffuse attribuisce El Niño al cambiamento climatico. La WMO scrive esplicitamente che si tratta di un fenomeno climatico naturale, non causato dal cambiamento climatico, documentato da secoli nei racconti dei pescatori sudamericani e da migliaia di anni negli archivi naturali.

Diverso è chiedersi se il riscaldamento ne stia modificando l'intensità, e qui la comunità scientifica non è allineata. Lo studio di Cole su Science indica un rafforzamento parallelo all'aumento della temperatura globale. Carbon Brief ricorda che i dati paleoclimatici mostrano per El Niño forti variazioni di frequenza e intensità negli ultimi 11.000 anni, il che rende difficile attribuire i cambiamenti recenti all'attività umana. La stessa Carbon Brief riporta che il New York Times, a giugno, ha interpellato sedici climatologi e che otto di loro hanno detto di vedere prove convincenti di un effetto del cambiamento climatico sull'intensità degli eventi. Su un punto invece non c'è disaccordo: il riscaldamento di fondo alza la base da cui ogni El Niño parte, e quindi i record di temperatura globale che accompagnano un evento forte sono più alti di quelli del passato.

L'inverno gelido annunciato per l'Italia

A metà settembre è circolata su vari siti una proiezione che dava quasi per certo un collasso del vortice polare provocato da El Niño, con ondate di gelo artico sull'Europa e una conseguente crisi del gas. Quotidiano Nazionale, in un articolo del 17 settembre, ha chiesto conto di questa previsione al meteorologo Luca Lombroso di Meteored Italia, che ha riferito di non averne trovato la fonte da nessuna parte. Le proiezioni stagionali del Centro europeo ECMWF, secondo Lombroso, indicano al contrario un inverno con temperature mediamente sopra la media.

Il meccanismo evocato ha una base fisica, ma è stato trasformato in un automatismo. Lombroso spiega che, stando alla letteratura scientifica, El Niño non aumenta il numero dei riscaldamenti improvvisi della stratosfera ma tende a concentrarli tra gennaio e febbraio. Anche quando il vortice polare si indebolisce, il freddo finisce dove si dirige il lobo gelido, che può scendere sull'Europa orientale, sull'America settentrionale o altrove. Un'analisi dell'ECMWF sull'inverno 2015-2016, citata dallo stesso Lombroso, ricorda che negli inverni con El Niño il Nord Europa tende a essere più freddo soprattutto tra gennaio e febbraio, e che ghiaccio marino, condizioni dell'Atlantico e neve al suolo possono cambiare il risultato.

Evento forte non significa impatti certi

La discussione della NOAA di settembre contiene una frase che molti rilanci hanno omesso. Con un evento di questa portata, le probabilità di subire impatti coerenti con El Niño sono più alte ma non garantite. La WMO dice la stessa cosa. Chi presenta un elenco di disastri sicuri per l'inverno sta trasformando una distribuzione di probabilità in una certezza, e questa trasformazione non ha alcun appoggio nei documenti delle agenzie che producono le previsioni.

Cosa osservare nei prossimi mesi

La prossima discussione diagnostica della NOAA è in calendario per l'8 ottobre 2026 e dirà se la probabilità di un evento storico continua a salire. Il valore da seguire è il RONI trimestrale di ottobre-dicembre, che sarà disponibile solo a inizio 2027 e che la NOAA considera provvisorio per un paio di mesi dopo la prima pubblicazione.

La serie storica offre anche un'indicazione su cosa potrebbe venire dopo, con tutte le cautele del caso. Dopo ciascuno dei tre eventi più forti dal 1950, quelli del 1982-1983, 1997-1998 e 2015-2016, il RONI è sceso sotto −0,5 °C entro pochi mesi dal picco, segnando il passaggio a La Niña. È una regolarità osservata in tre casi, non una previsione, e per ora la WMO esclude un ritorno di La Niña almeno fino a febbraio 2027.

C'è infine un dettaglio che lega lo studio sui coralli al presente. Le colonie delle Galápagos che hanno permesso di ricostruire mille anni di El Niño sono tra gli organismi più esposti alle ondate di calore marino che il fenomeno produce, e il calore degli eventi forti si è già rivelato particolarmente dannoso per le barriere coralline. L'archivio naturale da cui arriva una parte delle risposte rischia di essere danneggiato proprio dall'evento che serve a interpretare.

Domande frequenti

Cos'è El Niño e ogni quanto si verifica?

El Niño è la fase calda dell'oscillazione naturale chiamata ENSO, che riscalda le acque superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale. Secondo la WMO si presenta in media ogni due-sette anni, dura tra i nove e i dodici mesi e raggiunge il picco tra novembre e febbraio, modificando piogge e temperature in molte regioni del pianeta.

Quanto sarà forte El Niño del 2026-2027?

La NOAA, nella discussione del 10 settembre 2026, stima oltre il 90% di probabilità di un evento molto forte e il 75% che nel trimestre ottobre-dicembre superi tutti quelli registrati dal 1950, cioè un indice RONI di almeno +2,5 °C. Il valore definitivo sarà noto solo all'inizio del 2027.

El Niño farà del 2027 l'anno più caldo mai registrato?

È lo scenario più probabile secondo le analisi disponibili. Carbon Brief stima il 92% di probabilità di un record nel 2027, con circa 1,7 °C sopra il livello preindustriale. Il motivo è il ritardo di circa tre mesi tra il picco di El Niño e la risposta della temperatura globale, già osservato nel 1998, nel 2016 e nel 2024.

El Niño è causato dal cambiamento climatico?

No, secondo la WMO El Niño è un fenomeno naturale documentato da secoli. Resta aperto il dibattito su quanto il riscaldamento globale ne stia aumentando l'intensità, e uno studio su Science basato sui coralli delle Galápagos indica eventi più forti negli ultimi quarant'anni. Il riscaldamento di fondo rende comunque più alti i record di temperatura associati.

El Niño porterà un inverno gelido in Italia?

Nessuna previsione ufficiale lo indica. Le proiezioni stagionali dell'ECMWF e di Copernicus segnalano temperature mediamente sopra la media in Europa. L'influenza di El Niño sull'Italia è indiretta e passa attraverso teleconnessioni atmosferiche, per cui l'inverno dipenderà anche da Atlantico, vortice polare e Mediterraneo. Singole irruzioni fredde restano comunque possibili.

Che differenza c'è tra El Niño forte e Super El Niño?

Super El Niño è un'espressione giornalistica senza una soglia ufficiale. NOAA e WMO classificano gli eventi come deboli, moderati, forti e molto forti in base all'anomalia di temperatura del Pacifico equatoriale. Per definire un evento storico la NOAA usa un valore preciso dell'indice RONI, pari a +2,5 °C su tre mesi.

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