Etna a livello F1 del sistema ETNAS: cosa significa davvero l'allerta per le fontane di lava

Il passaggio a livello F1 del sistema ETNAS indica alta probabilità di fontane di lava sull'Etna. Come funziona l'allerta precoce dell'INGV.

14 agosto 2026 11:55
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La sigla è comparsa nei comunicati della Protezione Civile regionale siciliana e da lì è rimbalzata su decine di testate nel giro di poche ore: passaggio a livello F1 ETNAS. Chi segue l'Etna con una certa regolarità l'ha già incontrata, chi ci si imbatte per la prima volta fatica a collocarla, e la confusione è comprensibile. Sul vulcano attivo più alto d'Europa convivono almeno quattro sistemi di codifica diversi, ciascuno con il proprio alfabeto: i colori dell'allerta per l'aviazione, le fasi operative della protezione civile, i livelli di allerta vulcanica nazionali e, appunto, gli stati di warning di ETNAS. Sono strumenti costruiti per rispondere a domande diverse, gestiti da soggetti diversi, e sovrapporli genera equivoci che in emergenza costano tempo.

Il livello F1 riguarda un fenomeno preciso, misurabile e circoscritto nel tempo: la fontana di lava. Non descrive lo stato di salute complessivo del vulcano, non quantifica il pericolo per i centri abitati e non dice nulla su quanto durerà l'eruzione in corso. Dice una cosa sola, e la dice con una certa precisione statistica.

Che cosa è successo sull'Etna il 13 agosto 2026

Il quadro va ricostruito partendo dai dati strumentali, perché è da quelli che il sistema ha tratto la sua conclusione. Nel comunicato di attività vulcanica diffuso alle 17:32 UTC del 13 agosto, l'INGV Osservatorio Etneo segnalava la prosecuzione dell'attività effusiva dalle bocche eruttive di quota 2750 metri e 1900 metri, mentre risultava cessata quella a quota 2090 metri. I fronti lavici più avanzati, alimentati dalla bocca di quota 1900 metri, alle 09:45 UTC si attestavano intorno ai 1340 metri di quota, appena oltre Rocca Capra, nella Valle del Bove.

Il dato che ha fatto la differenza arriva però dal cratere Voragine. Dalle 16:55 UTC l'attività esplosiva ha mostrato un incremento significativo, con emissione di cenere dispersa nel quadrante meridionale. Sul versante sismico, a partire dalle 10:00 UTC circa l'ampiezza media del tremore vulcanico, già collocata nell'intervallo dei valori alti, ha segnato una crescita netta con picco massimo tra le 12:00 e le 15:00 UTC. I centroidi delle sorgenti del tremore risultavano localizzati nell'area della Voragine e a nord della Bocca Nuova, intorno ai 3000 metri sopra il livello del mare. Contemporaneamente l'attività infrasonica è cresciuta in modo progressivo fino a un livello molto alto, con eventi concentrati soprattutto alla Voragine e, in misura minore, al cratere di Nordest. Le reti di monitoraggio delle deformazioni del suolo, invece, non mostravano variazioni significative.

Su questa combinazione di segnali ETNAS ha dichiarato il passaggio a F1. Il Dipartimento regionale della Protezione Civile ha attivato in risposta la fase operativa locale di allarme per i comuni etnei, con interdizione della zona sommitale. Poche ore più tardi, in serata, le fontane di lava si sono effettivamente manifestate.

Fontana di lava Etna 13 agosto 2026
INGV

ETNAS è un sistema di rilevamento precoce, non un modello previsionale

L'acronimo scioglie in ETna iNtegrated Alert System. Si tratta di una piattaforma digitale sviluppata dall'Osservatorio Etneo dell'INGV, descritta pubblicamente in un approfondimento firmato da Flavio Cannavò, Stefano Branca, Eugenio Privitera e Salvatore Giammanco. La sua funzione è riconoscere in anticipo due categorie di eventi: le fontane di lava e l'apertura di fratture eruttive laterali.

La distinzione tra rilevamento precoce e previsione non è un cavillo terminologico. I sistemi di early warning sfruttano il divario tra la velocità con cui si propaga un fenomeno fisico e la velocità con cui viaggiano i dati che lo descrivono. Il fenomeno è già in movimento, i sensori lo intercettano nelle sue fasi iniziali e l'informazione arriva a destinazione prima delle conseguenze. Il margine che ne deriva serve per interdire un'area, sospendere un'escursione, allertare una torre di controllo. Nessuno sta prevedendo che cosa farà l'Etna la settimana prossima: si sta guadagnando tempo su qualcosa che sta già iniziando.

Circa centosessanta stazioni e un albero di decisione

La sorveglianza dell'Etna condotta dalla Sala Operativa dell'INGV-OE poggia su un sistema multidisciplinare che l'Istituto stesso colloca tra i più avanzati al mondo, composto da circa centosessanta stazioni, molte delle quali multiparametriche. Sismometri, sensori infrasonici, reti GPS e clinometriche, stazioni geochimiche, telecamere nel visibile e nel termico: ciascuna produce un flusso continuo di dati, e ciascuna nel tempo ha generato i propri strumenti di allerta automatica.

Il problema che ETNAS risolve è la frammentazione. Prima che esistesse un contenitore unico, gli avvisi arrivavano separati, ognuno con la propria logica e la propria soglia, lasciando a chi riceveva il compito di ricomporre il quadro. La piattaforma aggrega sottosistemi indipendenti, basati su modelli e dati geofisici e geochimici differenti, e restituisce un singolo stato di warning.

Il motore che compie questa sintesi è un algoritmo di machine learning costruito come albero di decisione a regole. La scelta ha una ragione pratica: l'Etna produce parossismi con una frequenza tale da aver generato negli anni una base statistica solida, e su quel catalogo storico le regole dell'albero sono state calibrate. Il modello non è parametrico, gestisce dati di tipologia eterogenea, seleziona automaticamente le variabili rilevanti ed è veloce, requisito non trascurabile quando il margine utile si misura in decine di minuti.

F0, F1 e F2: che cosa distingue un gradino dall'altro

Il sistema prevede tre stati per le fontane di lava e i parossismi. F0 corrisponde all'assenza di allerta, ovvero bassa probabilità di accadimento imminente. F1 è l'allerta di primo livello, alta probabilità di accadimento imminente. F2 è l'allerta di secondo livello, altissima probabilità di accadimento imminente oppure fenomeno già in corso.

Letta così, la scala sembra una semplice gradazione di intensità. La realtà tecnica è più interessante, e capirla cambia il modo in cui si legge un comunicato.

Perché F1 sbaglia più spesso di F2, e perché va bene così

I due stati non sono tarati sullo stesso obiettivo. Ogni sistema di allerta si muove lungo un compromesso: più alza la sensibilità, più eventi intercetta ma più falsi allarmi produce; più alza la selettività, meno falsi allarmi genera ma più rischia di lasciarsi sfuggire qualcosa. ETNAS ha scelto di non risolvere il dilemma, e di costruire invece due stati che lo affrontano da lati opposti.

F1 è ottimizzato per il successo completo sul catalogo storico, con un tasso di veri positivi vicino al cento per cento, la minima frazione di tempo trascorsa in allarme e il massimo tempo di anticipo rispetto all'inizio dell'evento. Tradotto: F1 punta a non mancare nulla e a farlo il prima possibile, e paga questa scelta con una maggiore esposizione ai falsi allarmi. F2 è tarato sulla combinazione tra massima percentuale di successi e minimo numero di falsi allarmi, il che lo rende più affidabile quando scatta ma più esposto ai mancati allarmi.

Un F1 che non si traduce in una fontana di lava, quindi, non è un malfunzionamento. È il comportamento atteso di uno strumento progettato per privilegiare il tempo di anticipo. Chi legge la sequenza F1, nessuna fontana, rientro a F0 come una smentita del sistema sta applicando il criterio di valutazione sbagliato.

Eruzione Etna
Diretta di Local Team

Lo stato I, riservato alle intrusioni magmatiche

Accanto agli stati F, ETNAS gestisce un warning dedicato ai fenomeni di intrusione magmatica, etichettato con la lettera I, che segnala la possibile apertura di fessure eruttive. Prevede due valori: I0 per bassa probabilità di intrusione, I1 per alta probabilità. L'INGV precisa apertamente che questo warning non possiede ancora validità statistica, essendo stato testato su un unico caso.

Le comunicazioni della Protezione Civile regionale, va detto, citano in genere solo gli stati F, perché sono quelli agganciati alle procedure operative dei piani comunali. Lo stato I resta un parametro tecnico interno alla catena scientifica.

Dal warning scientifico alla fase operativa: chi decide che cosa

Qui si concentra la maggior parte dei fraintendimenti giornalistici. La catena dell'allerta precoce si divide in due tronconi con responsabilità nettamente separate, e la separazione non è formale.

Il rilevamento precoce compete agli enti di ricerca. L'INGV monitora, elabora, riconosce l'evento e dichiara lo stato di warning. Il passaggio tra stati viene comunicato in automatico, al superamento di soglie predefinite, attraverso email e SMS inviati a un indirizzario prestabilito che comprende il Dipartimento nazionale della Protezione Civile, il Dipartimento regionale e i Centri di Competenza. I risultati sono consultabili anche tramite un'interfaccia web dedicata e riservata.

La diramazione dell'allarme alla popolazione e l'attivazione delle misure competono invece alla protezione civile. Il DRPC Sicilia riceve il messaggio ETNAS e decide quale fase operativa locale attivare tra attenzione, preallarme e allarme, secondo le procedure di allertamento per il rischio vulcanico. La comunicazione viaggia via email, SMS e piattaforma SicAlert verso tutti i soggetti del sistema di protezione civile e i portatori di interesse sul territorio.

In pratica, ETNAS non chiude sentieri e non emette ordinanze. Segnala una probabilità. Le conseguenze operative nascono da una decisione amministrativa distinta, che nel caso del 13 agosto ha coinciso con l'attivazione della fase di allarme.

Zona sommitale e zona a pericolosità permanente

Con la fase di allarme scatta l'interdizione della Zona Sommitale (ZS), che comprende la Zona a Pericolosità Permanente (ZPP). Le attività in corso nelle aree interessate vanno sospese con effetto immediato, i sindaci dei comuni sommitali adottano le ordinanze di interdizione, le strutture operative attivano i servizi di emergenza previsti dai piani, e possono essere aperti i Centri Operativi Comunali dove ritenuto necessario. Operatori, guide vulcanologiche ed escursionisti presenti in quota devono essere informati senza ritardo delle nuove condizioni.

La ragione della misura è concreta. Le fontane di lava non sono un fenomeno confinato alla verticale del cratere: possono essere accompagnate dall'espulsione di massi e detriti a distanze considerevoli, e la ricaduta di bombe nella zona sommitale è documentata regolarmente nei comunicati INGV durante le fasi più intense. Chi si trova a poche centinaia di metri da una bocca attiva quando il fenomeno si innesca ha margini di reazione praticamente nulli.

Perché proprio le fontane di lava meritano un sistema dedicato

La fontana di lava rappresenta la transizione da attività stromboliana, fatta di esplosioni discrete e ripetute, a un getto sostenuto e continuo di magma frammentato. L'evoluzione può compiersi in poche decine di minuti e porta con sé conseguenze che si propagano molto oltre l'area del cratere.

La più rilevante sul piano economico riguarda il traffico aereo. La colonna eruttiva associata a una fontana può raggiungere quote che interferiscono direttamente con le rotte, e le ricadute sull'aeroporto di Catania Fontanarossa negli episodi recenti si sono misurate in centinaia di voli cancellati e dirottati. Le cronache dell'estate 2026 hanno raccontato chiusure prolungate dello scalo, con la società di gestione costretta a rinviare più volte l'orario di riapertura.

Sul territorio, la ricaduta di cenere interessa i centri abitati del versante secondo la direzione dei venti in quota, con effetti su viabilità, coperture, sistemi di drenaggio e salute respiratoria. Nei casi più energici il collasso parziale di un fianco craterico può generare flussi piroclastici, come accaduto verso la Valle del Leone nel giugno 2025 e verso la Valle del Bove alla fine di luglio 2026.

Un fenomeno che si innesca in fretta, produce effetti a scala regionale e coinvolge infrastrutture critiche giustifica pienamente un canale di allerta automatico che non passi da valutazioni discrezionali in tempo reale.

Gli equivoci che circolano su F1

Il primo, e il più diffuso, riguarda l'idea che F1 segnali l'inizio di un'eruzione. Il 13 agosto 2026 l'Etna era in attività eruttiva da giorni, con colate alimentate da più bocche e fronti lavici in avanzamento nella Valle del Bove. Il passaggio a F1 non ha annunciato un'eruzione: ha segnalato l'alta probabilità che, dentro un'eruzione già in corso, si innescasse un fenomeno specifico.

Il secondo equivoco confonde ETNAS con il VONA (Volcano Observatory Notice for Aviation), l'avviso su scala cromatica che l'INGV emette per l'aviazione civile e che nelle fasi più intense sale al livello rosso. Sono sistemi paralleli, con destinatari e criteri differenti. Il codice colore descrive il rischio per il traffico aereo derivante dalla presenza di cenere in atmosfera, mentre gli stati F descrivono la probabilità di accadimento di un evento eruttivo puntuale.

Il terzo riguarda la parola allarme. Nel lessico della protezione civile indica una fase operativa, quindi un pacchetto di misure che si attivano, non una dichiarazione di pericolo per la popolazione dei centri abitati. Le colate laviche dell'agosto 2026 sono rimaste confinate in aree disabitate, e i comunicati ufficiali lo hanno ribadito con continuità.

Il quarto, più sottile, tratta F1 come una tappa obbligata verso F2. La sequenza F1 seguita da F2 si è verificata più volte, per esempio nell'episodio del dicembre 2025, ma non è un percorso predeterminato. Gli stati rispondono a criteri di ottimizzazione distinti applicati agli stessi dati, non a soglie crescenti di un'unica scala.

Come si legge un aggiornamento senza cadere nelle trappole

Le fonti primarie sono due e sono entrambe pubbliche. I comunicati di attività vulcanica dell'INGV Osservatorio Etneo riportano l'orario UTC, lo stato delle bocche attive, la posizione dei fronti lavici, l'andamento del tremore e dell'attività infrasonica, la localizzazione dei centroidi delle sorgenti e lo stato delle deformazioni del suolo. I comunicati del DRPC Sicilia riportano invece la fase operativa attivata e le aree interdette.

Tre parametri meritano attenzione particolare. L'ampiezza media del tremore vulcanico segnala il movimento di fluidi nel condotto, e il passaggio nella fascia dei valori alti precede tipicamente gli episodi parossistici. La quota del centroide delle sorgenti indica dove sta avvenendo il fenomeno, con valori intorno ai 3000 metri sul livello del mare che collocano l'attività nell'area craterica sommitale. L'assenza di variazioni significative nelle reti di deformazione del suolo, come nel caso del 13 agosto, suggerisce che non sia in atto una ricarica profonda del sistema di alimentazione.

La conversione degli orari resta un dettaglio banale ma insidioso: i comunicati INGV usano il tempo UTC, che in estate corrisponde all'ora locale italiana meno due ore. Un fenomeno indicato alle 16:55 UTC è avvenuto alle 18:55 italiane, e la sfasatura ha generato più di una cronologia sbagliata nelle ricostruzioni giornalistiche.

Un ultimo dato aiuta a inquadrare i limiti dichiarati del sistema. Lo stato I1, quello relativo alle intrusioni magmatiche, è stato finora testato su un solo caso: l'eruzione del 24 dicembre 2018, quando anticipò di venti minuti l'apertura della frattura eruttiva. Venti minuti su un evento singolo non fanno una statistica, e l'INGV lo scrive senza giri di parole nella documentazione pubblica del sistema. Vale la pena ricordarlo ogni volta che si legge di intelligenza artificiale applicata ai vulcani: la parte difficile non è costruire l'algoritmo, è accumulare abbastanza eventi per sapere quanto ci si può fidare.

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