-
Campi Flegrei: cronistoria di un secolo di bradisismo, dalla scossa del 1970 a quella del 31 luglio 2026
Campi Flegrei: cronistoria di un secolo di bradisismo, dalla scossa del 1970 a quella del 31 luglio 2026
Dalla crisi del 1970-72 al terremoto di magnitudo 4,7 del 31 luglio 2026: la storia sismica dei Campi Flegrei in un secolo di dati INGV.
Alle 19:46 del 31 luglio 2026 il suolo dei Campi Flegrei si è mosso con una violenza che quest'area non registrava da più di quarant'anni. La scossa, di magnitudo 4,7, è la più forte mai rilevata dagli anni Ottanta in questa caldera a ovest di Napoli, e in poche ore ha riacceso l'attenzione su un fenomeno che, in realtà, non si è mai fermato: il bradisismo. Capire cosa sia successo il 31 luglio significa però guardare indietro, molto più indietro dell'estate 2026, fino ai primi rilevamenti geodetici del Novecento.
La scossa del 31 luglio: cosa è successo
Il terremoto delle 19:46 ha avuto magnitudo 4,7, la più alta mai registrata ai Campi Flegrei da oltre quarant'anni a questa parte, come riportato da ANSA nel resoconto pubblicato il 2 agosto 2026. Nelle ore successive, tra la sera del 31 luglio e la tarda mattinata del 1° agosto, sono state registrate circa 170 scosse, con un'intensità che si è progressivamente ridotta.
Secondo la mappa diffusa dal sistema GOSSIP dell'INGV, dal primo gennaio al primo agosto 2026 l'area ha registrato complessivamente 1.754 terremoti, un numero che da solo racconta quanto sia densa e costante l'attività sismica in questa porzione di caldera.
Nonostante la magnitudo elevata, gli esperti dell'Osservatorio Vesuviano hanno definito l'evento coerente con il quadro osservato negli ultimi mesi. Lucia Pappalardo, direttrice dell'Osservatorio Vesuviano dell'INGV, ha dichiarato che il terremoto rientra nel quadro relativo alla situazione nell'area dei Campi Flegrei, e non rappresenta un cambiamento di regime. I parametri che i sismologi considerano più indicativi di un'evoluzione pericolosa, il ritmo del sollevamento del suolo, il flusso di CO2 e la profondità del magma (stabile a 7,8 chilometri), non hanno subito variazioni rispetto ai mesi precedenti.
Un dettaglio interessante emerso dalle dichiarazioni di Pappalardo riguarda l'interpretazione del rallentamento osservato nel mese precedente: non un segnale di quiete, ma un'anomalia temporanea rispetto a un fenomeno che, nel complesso, va avanti, e che secondo la direttrice dell'Osservatorio si trova ora in una fase di accelerazione della crisi bradisismica iniziata nel 2005.
La sequenza dei terremoti forti dal 2023 a oggi
Per inquadrare la scossa del 31 luglio nel suo contesto più recente serve ripercorrere gli eventi di magnitudo pari o superiore a 4 registrati negli ultimi anni. Prima del 4,7 del 31 luglio 2026, i terremoti più forti erano stati quello di magnitudo 4,6 del 30 giugno 2025 e quello, sempre di 4,6, del 13 marzo 2025. A seguire, la sequenza comprende il 4,4 del 20 maggio 2024, il 4,4 del 13 maggio 2025 e il 4,4 del 21 maggio 2026. Complessivamente, dal 2023 a oggi, i terremoti di magnitudo uguale o superiore a 4 sono stati undici, secondo il conteggio più aggiornato riportato da ANSA.
Ognuno di questi eventi ha avuto un impatto concreto sulla vita quotidiana dei comuni flegrei. Il terremoto del 20 maggio 2024, di magnitudo Md 4,4 con epicentro nel Golfo di Pozzuoli a circa 3 chilometri di profondità, causò danni e portò a verifiche strutturali diffuse, come documentato dai dati macrosismici raccolti attraverso il database HaiSentitoIlTerremoto dell'INGV.
Quello del 21 maggio 2026, sempre di magnitudo 4,4, provocò la chiusura precauzionale delle scuole a Pozzuoli, Bacoli, Quarto, Giugliano, Procida e in alcune zone di Napoli, oltre alla sospensione temporanea della circolazione ferroviaria sulle linee Cumana e Circumflegrea per permettere le verifiche statiche sulle infrastrutture, come riportato da testate locali napoletane nei giorni immediatamente successivi all'evento.
Un aspetto che merita attenzione riguarda l'energia sismica complessiva accumulata in questi anni. Secondo quanto riferito da un vulcanologo dell'Osservatorio Vesuviano in un'intervista pubblicata nella primavera del 2025, l'energia sismica cumulativa della crisi in corso ha già superato quella rilasciata durante l'intera crisi del 1982-84, pur trattandosi di un fenomeno distribuito su un arco temporale molto più lungo e con caratteristiche diverse.
Un secolo di misurazioni: la storia del bradisismo flegreo
Per comprendere perché i sismologi parlino di fase di accelerazione e non di anomalia, bisogna guardare ai dati raccolti dalla rete di livellazione geodetica a partire dai primi del Novecento, quando l'area cominciò a essere monitorata con regolarità.
1905-1953: l'abbassamento lungo e la prima inversione
I primi dati disponibili, relativi alla stazione di riferimento del Serapeo di Pozzuoli, mostrano che tra il 1905 e il 1945 l'area dei Campi Flegrei fu interessata da un abbassamento continuo del suolo, pari a circa 100 centimetri complessivi, con una velocità media di circa 2,5 centimetri all'anno, secondo la ricostruzione pubblicata dal Dipartimento della Protezione Civile.
Tra il 1945 e il 1953 la tendenza si invertì: il suolo tornò a sollevarsi di oltre 50 centimetri, ma senza che si registrasse sismicità significativa. È a partire dalla metà del secolo scorso, dunque, che il territorio flegreo entra in quella dinamica di sollevamento e sismicità che caratterizzerà i decenni successivi.
1970-1972: la prima grande crisi bradisismica
Nei primi mesi del 1970 iniziarono a comparire lesioni negli edifici del centro storico di Pozzuoli, insieme a evidenze di sollevamento del suolo. Verso fine marzo l'attività sismica si intensificò e il 26 marzo un forte terremoto fu avvertito dalla popolazione, senza tuttavia causare danni gravi.
Il sollevamento proseguì fino al 1972, raggiungendo un valore complessivo (calcolato a partire dal 1968) di circa 177 centimetri, con una velocità massima di 6,2 centimetri al mese, secondo i dati raccolti dalla rete di livellazione di precisione e pubblicati dalla Regione Campania. Questa prima crisi portò all'abbandono forzato dell'area del Rione Terra, il nucleo storico di Pozzuoli affacciato sul mare.
1982-1984: il sollevamento record e la rilocazione della popolazione
La crisi più drammatica del secolo scorso iniziò nell'estate del 1982, quando si evidenziò un sollevamento anomalo del suolo, seguito il 2 novembre da uno sciame sismico di 17 eventi in due ore, localizzato poco a nord del porto di Pozzuoli e avvertito distintamente dalla popolazione.
Nel biennio successivo la sismicità aumentò progressivamente, sia per numero di eventi sia per magnitudo massima, fino al terremoto di magnitudo 3,8 dell'8 dicembre 1984, dopo il quale l'attività sismica calò rapidamente fino a cessare del tutto nel 1985.
I numeri di questa crisi restano tra i più imponenti mai registrati in un'area vulcanica attiva in Europa: un sollevamento massimo di circa 179 centimetri nel biennio 1982-84, che sommato ai 177 centimetri della crisi precedente porta a un innalzamento complessivo di circa 3,55 metri rispetto ai livelli del 1968, secondo la ricostruzione dell'Osservatorio Vesuviano.
Nel solo periodo di crisi, la Regione Campania riporta oltre 16.000 eventi sismici, con due scosse di magnitudo 4,0 e una sismicità che divenne particolarmente intensa a partire dalla primavera del 1983. Fu in questa fase che migliaia di residenti del centro storico di Pozzuoli vennero trasferiti in modo permanente in quartieri periferici della città, uno degli episodi di rilocazione di massa per rischio vulcanico più rilevanti della storia italiana recente.
Dal 2005 alla fase di accelerazione attuale
Dopo il 1985 l'area entrò in una fase di generale subsidenza, cioè di lento riabbassamento del suolo, che si protrasse per circa vent'anni. Nel 2005 la tendenza si invertì di nuovo, dando avvio alla crisi bradisismica tuttora in corso. In diciotto anni, tra il 2005 e il 2023, il suolo si è sollevato di oltre un metro, un ritmo più lento rispetto ai picchi degli anni Settanta e Ottanta, ma sostenuto nel tempo, secondo i dati diffusi dal Dipartimento della Protezione Civile.
Un elemento ricorrente nella storia flegrea, confermato anche dai monitoraggi più recenti dell'Osservatorio Vesuviano, è la relazione diretta tra velocità di sollevamento e sismicità: quando il ritmo del sollevamento accelera, aumenta non solo la frequenza dei terremoti, ma anche la loro magnitudo massima.
È esattamente questo il meccanismo richiamato da Pappalardo per spiegare perché la scossa del 31 luglio 2026, pur eccezionale per intensità, non rappresenti una rottura rispetto al quadro degli ultimi anni, quanto piuttosto la manifestazione più recente di un processo che, come dice testualmente la direttrice dell'Osservatorio Vesuviano, va avanti.
Perché i Campi Flegrei sono un caso unico in Europa
I terremoti flegrei raramente raggiungono magnitudo molto elevate se confrontati con le grandi faglie tettoniche appenniniche, ma la loro pericolosità nasce da un fattore diverso, cioè, la profondità estremamente ridotta degli ipocentri, spesso compresa tra 2 e 4 chilometri. Questo li rende avvertibili con grande intensità anche quando l'energia rilasciata è, in termini assoluti, contenuta. È per questo motivo che una scossa di magnitudo 4,7, che in altre aree sismiche italiane passerebbe quasi inosservata, ai Campi Flegrei produce boati distinti, oscillazioni percepibili a Napoli e chiusure precauzionali di scuole e infrastrutture.
La caldera flegrea, che si estende da Monte di Procida a Posillipo e comprende una porzione sommersa nel Golfo di Pozzuoli, si è formata attraverso grandi eruzioni esplosive avvenute decine di migliaia di anni fa. L'ultima fase eruttiva davvero intensa risale a un intervallo compreso tra 5.500 e 3.800 anni fa, quando si contarono 27 eruzioni maggiori nelle zone della Solfatara, di Agnano, degli Astroni e di Nisida, eventi molto più violenti rispetto a quello che sarebbe avvenuto secoli dopo.
L'ultima eruzione registrata nella storia risale invece al 1538, quando, dopo un periodo di quiescenza di circa tremila anni, un'attività esplosiva breve ma intensa diede origine al cono di Monte Nuovo, alto circa 130 metri, nel giro di pochi giorni. Da allora la caldera è considerata quiescente, ma mai realmente inattiva: le fumarole della Solfatara e il bradisismo restano le manifestazioni visibili di un sistema vulcanico ancora capace di produrre deformazioni del suolo e sismicità.
Cosa monitorano oggi i sismologi
Il motivo per cui gli esperti dell'Osservatorio Vesuviano insistono sulla stabilità dei parametri, anche dopo un evento come quello del 31 luglio, ha a che fare con il modo in cui si interpreta il rischio in un'area vulcanica attiva. Non è tanto la singola scossa a preoccupare, quanto un'eventuale variazione contemporanea di più indicatori:
un'accelerazione improvvisa del sollevamento,
un incremento anomalo del flusso di CO2,
una risalita significativa della profondità del magma rispetto ai 7,8 chilometri attuali.
Finché questi tre parametri restano coerenti con i valori osservati nei mesi precedenti, come ribadito da Pappalardo, il quadro resta quello di una crisi bradisismica che prosegue lungo la traiettoria avviata nel 2005, senza segnali di un'imminente evoluzione verso l'eruzione.
Resta un dato che difficilmente si può ignorare guardando ai numeri degli ultimi tre anni: undici terremoti di magnitudo pari o superiore a 4 dal 2023, contro le due scosse della stessa soglia registrate nell'intera crisi 1982-84. È una differenza che racconta più della durata insolita di questa fase, distribuita su vent'anni anziché concentrata in pochi mesi, che di un pericolo maggiore rispetto al passato, ma che continua a tenere la Zona Rossa flegrea sotto osservazione costante da parte della rete sismica e geodetica più fitta d'Europa.