Geologia

Cosa mangiavano e come crescevano gli italici dell’età del Ferro: lo rivelano i loro denti

I denti di individui vissuti nell’Italia meridionale durante l’età del Ferro, circa 2.700 anni fa, hanno restituito informazioni dettagliate su salute infantile, alimentazione e consumo di cibi fermentati. Uno studio pubblicato su PLOS One analizza per la prima volta i dati istologici del sito di Pontecagnano, dimostrando come l’analisi dentale multipla possa ricostruire la storia biologica di popolazioni antiche.

I denti come archivi biologici permanenti

Tra tutti i tessuti biologici presenti nell’organismo umano, i denti rappresentano una delle strutture più resistenti alla degradazione post-mortem. Lo smalto dentale, il tessuto più mineralizzato del corpo, mantiene intatte per millenni le microarchitetture formate durante lo sviluppo, mentre il tartaro dentale, la placca calcificata che si deposita sulle superfici dentali nel corso della vita, agisce come una vera e propria capsula del tempo, preservando residui organici e microbiologici riconducibili all’alimentazione.

Queste caratteristiche rendono i denti uno strumento di analisi straordinariamente potente per la bioarcheologia e la paleonutrizione. A differenza delle ossa, che subiscono processi di rimodellamento continuo durante la vita dell’individuo, lo smalto dentale si forma entro i primi anni di vita e da quel momento non si rigenera: ogni alterazione nella sua struttura è permanente e databile con precisione. Questo principio è alla base dello studio condotto da Roberto Germano e colleghi della Sapienza Università di Roma, pubblicato nel marzo 2026 sulla rivista PLOS One.

Il sito di Pontecagnano e il contesto storico

Pontecagnano, situata nell’attuale provincia di Salerno, in Campania, era nell’età del Ferro uno dei principali centri dell’ethnos ausone-osco e successivamente un importante polo di contatto con la cultura etrusca. Tra il VII e il VI secolo a.C., periodo cui risalgono i resti analizzati nello studio, la comunità di Pontecagnano era inserita in reti di scambio commerciale e culturale che si estendevano lungo tutto il Mediterraneo.

La necropoli del sito ha restituito nel tempo un numero considerevole di sepolture, rendendo Pontecagnano uno dei contesti funerari più significativi per la comprensione dell’età del Ferro nell’Italia meridionale. Tuttavia, fino a questo studio, non erano mai stati prodotti dati istologici sistematici sui resti dentali degli individui ivi sepolti. La ricerca di Germano et al. colma questa lacuna introducendo per la prima volta un’analisi multimodale che integra istoistomorfometria dentale e analisi del calcolo dentale.

Metodologia: analisi istomorfometrica e calcolo dentale a confronto

Lo studio ha esaminato 30 denti provenienti da 10 individui sepolti nella necropoli di Pontecagnano. L’approccio metodologico si articola in due filoni principali, applicati in modo complementare.

Il primo riguarda la istomorfometria dentale, ovvero lo studio delle linee di crescita dello smalto a livello microscopico. Lo smalto si deposita per strati incrementali, simili agli anelli di accrescimento degli alberi. Analizzando la spaziatura e la regolarità di queste linee, in particolare le linee di Retzius e le perturbazioni note come ipoplasie dello smalto, i ricercatori possono identificare episodi di stress fisiologico avvenuti durante la formazione dentale, generalmente nei primi sei anni di vita.

Il secondo filone riguarda l’analisi del calcolo dentale (tartaro), effettuata attraverso microscopia ottica e tecniche di identificazione dei microresti. Il calcolo dentale incorpora e preserva al suo interno frammenti di cibo, granuli d’amido, fibre vegetali, spore fungine e altre particelle organiche che riflettono le abitudini alimentari dell’individuo durante la sua vita adulta.

Confrontando dati provenienti da canini e molari dello stesso individuo, i ricercatori hanno potuto ricostruire la traiettoria evolutiva dalla prima infanzia all’età adulta, ottenendo una biografia biologica dettagliata per ciascuno dei soggetti esaminati.

Stress infantile: quando i denti registrano le difficoltà dei primi anni

Uno dei risultati più significativi dello studio riguarda la presenza di perturbazioni nella crescita dello smalto in corrispondenza di due momenti critici: intorno al primo anno di vita e intorno ai quattro anni di età. Queste interruzioni, visibili sotto forma di linee o bande nel tessuto smaltato, sono il segnale di episodi di stress fisiologico che hanno temporaneamente interrotto o alterato il normale processo di amelogenesi, ovvero la formazione dello smalto.

Il primo picco di stress, attorno ai 12 mesi, corrisponde a una fase biologicamente delicata: è il periodo in cui avviene tipicamente il weaning, cioè lo svezzamento. La transizione dall’allattamento esclusivo a una dieta mista espone il bambino a nuovi agenti patogeni, a carenze nutrizionali e a un sistema immunitario ancora immaturo. In molte popolazioni antiche, questa fase era associata a un’elevata mortalità infantile.

Il secondo picco, attorno ai quattro anni, potrebbe riflettere il momento in cui il bambino veniva completamente distaccato dall’allattamento materno e integrato nell’alimentazione adulta della comunità, oppure coincidere con l’inizio dell’esposizione a condizioni ambientali più stressanti, come il lavoro o l’inserimento in attività collettive.

Entrambi i picchi sono coerenti con dati raccolti in altri siti dell’Italia preromana e del Mediterraneo antico, suggerendo che si tratti di vulnerabilità biologiche comuni a molte comunità preindustriali, piuttosto che di condizioni peculiari di Pontecagnano.

La dieta degli adulti: cereali, legumi e cibi fermentati

L’analisi del calcolo dentale ha fornito un quadro alimentare ricco e articolato. All’interno dei campioni esaminati, i ricercatori hanno identificato:

  • Granuli d’amido riconducibili a cereali, tra cui probabilmente farro, orzo e altri grani coltivati nell’Italia meridionale durante l’età del Ferro;
  • Microresti di legumi, compatibili con lenticchie, fave o ceci, colture ampiamente documentate nell’agricoltura mediterranea dell’epoca;
  • Fibre vegetali, la cui presenza indica il consumo di parti fibrose delle piante, come steli, foglie o bucce;
  • Spore di lievito (Saccharomyces e generi affini), che rappresentano l’indicatore più diretto del consumo di alimenti e bevande fermentate.

La presenza di spore di lievito nel calcolo dentale è particolarmente significativa. I lieviti sono i microrganismi responsabili della fermentazione alcolica e lattica, processi che stanno alla base della produzione di pane lievitato, birra, vino, formaggi e altri alimenti fermentati. Il loro ritrovamento nei depositi dentali degli individui di Pontecagnano fornisce evidenza diretta e personale — non meramente inferita da reperti ceramici o botanici — che queste persone consumavano regolarmente prodotti fermentati.

Questo dato si inserisce in un quadro più ampio: l’età del Ferro nell’Italia meridionale corrisponde a un periodo di intensificazione dei contatti con le colonie greche della Magna Grecia e con la cultura etrusca, entrambe caratterizzate da una tradizione consolidata di produzione vinicola e di trasformazione alimentare. I risultati dello studio supportano l’ipotesi che tali contatti abbiano contribuito a diversificare e arricchire le pratiche alimentari delle comunità locali.

Fermentazione nell’antichità: un’abitudine millenaria con radici profonde

La fermentazione degli alimenti non è una tecnica moderna: le evidenze archeologiche ne attestano la pratica fin dal Neolitico. Residui di fermentazione alcolica sono stati identificati in contenitori ceramici risalenti a oltre 7.000 anni fa in Cina e nel Vicino Oriente. Nel bacino del Mediterraneo, la produzione di vino e birra è documentata almeno dal IV millennio a.C. in Egitto e Mesopotamia.

Per le popolazioni dell’Italia preromana, la fermentazione aveva un valore che andava al di là del semplice piacere organolettico. Gli alimenti fermentati offrono vantaggi nutritivi significativi: aumentano la biodisponibilità dei minerali, riducono i fattori antinutrizionali presenti in cereali e legumi (come i fitati), prolungano la conservabilità degli alimenti e, nel caso delle bevande alcoliche, rappresentano una forma di idratazione più sicura dell’acqua non trattata in contesti privi di sistemi igienico-sanitari moderni.

Il pane lievitato, in particolare, richiede una conoscenza pratica della fermentazione che implica la trasmissione culturale di tecniche specifiche. La sua presenza nella dieta degli individui di Pontecagnano suggerisce non solo l’accesso a queste tecnologie, ma anche la loro integrazione stabile nelle pratiche domestiche quotidiane.

Istoistomorfometria dentale: come si legge il tempo nello smalto

Per comprendere appieno la portata di questi risultati, è utile approfondire il funzionamento dell’istoistomorfometria dentale. Lo smalto viene prodotto dagli ameloblasti, cellule specializzate che depositano strati di cristalli di idrossiapatite seguendo un ritmo circadiano e ultradiano. Ogni giorno si forma uno strato sottilissimo, visibile al microscopio come una linea di crescita giornaliera (o striae of Retzius di periodo breve).

A intervalli di circa 6-12 giorni, si formano linee più marcate, le linee di Retzius propriamente dette, che corrispondono a variazioni nel ritmo di mineralizzazione. Quando l’organismo subisce uno stress significativo (febbre alta, malnutrizione, trauma), la produzione di smalto si interrompe o rallenta, lasciando una traccia permanente sotto forma di ipoplasia lineare dello smalto.

Contando e misurando la distanza tra queste linee, i ricercatori possono non solo rilevare la presenza di eventi stressanti, ma anche datarli con una precisione di pochi mesi rispetto alla nascita dell’individuo. Questo livello di risoluzione cronologica è eccezionale per una disciplina che lavora su resti millenni di vita umana.

Il calcolo dentale come fonte paleodietologica

Il calcolo dentale, a lungo considerato un semplice sottoprodotto patologico dell’igiene orale insufficiente, è diventato negli ultimi vent’anni uno dei materiali più preziosi per la paleonutrizione e la paleogenomica. La sua matrice mineralizzata intrappola e protegge una grande varietà di materiali biologici: granuli d’amido, fitoopale, frammenti di tessuto animale, DNA microbico, proteine alimentari e resti di microrganismi come batteri, funghi e lieviti.

A differenza dei coproliti (feci fossilizzate) o dei residui organici su ceramica, il calcolo dentale è direttamente associato all’individuo che ha consumato quel cibo, eliminando le ambiguità interpretative legate all’uso condiviso di contenitori o all’accumulo di rifiuti collettivi. Questo lo rende una fonte di evidenza particolarmente robusta per la ricostruzione delle abitudini alimentari individuali.

Le tecniche di analisi del calcolo dentale si sono notevolmente affinate nell’ultimo decennio. Le analisi proteomiche (shotgun proteomics) consentono di identificare proteine alimentari specifiche, incluse quelle di origine animale (latte, carne, pesce) che non lasciano tracce morfologiche. Le analisi del DNA antico (aDNA) permettono di caratterizzare il microbioma orale e di identificare specie microbiche associate a specifici processi fermentativi.

Pontecagnano nel panorama delle ricerche bioarcheologiche italiane

La ricerca su Pontecagnano si inserisce in un filone di studi bioarcheologici sull’Italia preromana che negli ultimi anni ha prodotto risultati di grande rilevanza. Siti come Castel di Decima nel Lazio, Verucchio in Emilia-Romagna e diversi contesti della Calabria e della Sicilia hanno fornito dati scheletrici e dentali che stanno ridisegnando la comprensione delle condizioni di vita delle popolazioni italiche prima della romanizzazione.

Un aspetto distintivo dello studio di Germano et al. è l’approccio multimodale integrato: anziché applicare una singola tecnica analitica, i ricercatori hanno combinato istomorfometria, analisi dei microresti e studio morfologico macroscopico, ottenendo una ricostruzione biografica che abbraccia l’intera traiettoria di vita degli individui, dall’infanzia all’età adulta, invece di limitarsi a una finestra temporale ristretta.

Questo approccio risponde a una tendenza crescente nella bioarcheologia contemporanea: spostare il fuoco dalla descrizione delle popolazioni come insiemi statistici verso la ricostruzione della storia di vita individuale, riconoscendo che ogni individuo è portatore di una traiettoria biologica unica, influenzata dall’interazione tra fattori genetici, ambientali e culturali.

Limiti dello studio e prospettive future

Gli stessi autori riconoscono che il campione di 10 individui analizzato non è statisticamente rappresentativo dell’intera comunità di Pontecagnano. I risultati offrono uno sguardo privilegiato su singole storie di vita, ma non possono essere generalizzati all’intera popolazione del sito senza ulteriori ricerche su campioni più ampi.

Le prospettive di sviluppo indicate dagli autori includono:

  • L’analisi degli isotopi stabili (carbonio, azoto, ossigeno, stronzio), che permetterebbe di quantificare le proporzioni di alimenti di origine vegetale e animale nella dieta, identificare la mobilità geografica degli individui e ricostruire i pattern di allattamento con maggiore precisione;
  • L’estensione del campione a un numero maggiore di individui provenienti da diverse fasi cronologiche della necropoli, per valutare eventuali cambiamenti diacronici nelle condizioni di vita;
  • L’applicazione di analisi proteomiche e genomiche al calcolo dentale, per identificare proteine alimentari specifiche e caratterizzare il microbioma orale antico;
  • Il confronto sistematico con siti contemporanei dell’Italia meridionale e del Mediterraneo centrale, per contestualizzare i dati di Pontecagnano in un quadro regionale più ampio.

Un campo in trasformazione: la bioarcheologia molecolare

Lo studio di Pontecagnano è anche un esempio del modo in cui la bioarcheologia si sta trasformando grazie all’integrazione di tecnologie molecolari e computazionali. Il sequenziamento del DNA antico, la proteomica paleontologica, la spettroscopia Raman applicata ai tessuti mineralizzati e l’analisi isotopica ad alta risoluzione stanno aprendo possibilità di indagine che fino a vent’anni fa erano impensabili.

Come sottolineato da Alessia Nava, co-autrice dello studio: lo studio istomorfometrico dei denti decidui e permanenti rende possibile andare oltre il momento della morte e portare in primo piano la vita di ciascun individuo durante i suoi anni formativi. Questa capacità di recuperare la dimensione individuale e biografica del passato rappresenta uno dei progressi più significativi delle scienze bioarcheologiche contemporanee.

I denti di dieci individui vissuti a Pontecagnano 2.700 anni fa non sono semplici reperti anatomici: sono documenti biologici che narrano storie di bambini che hanno superato crisi di sviluppo, di adulti che hanno mangiato pane lievitato e bevuto vino o birra, di una comunità che si adattava a un mondo in trasformazione, aperta agli scambi culturali con le civiltà mediterranee. La capacità di leggere queste storie, con sempre maggiore precisione, è il contributo più duraturo di ricerche come questa alla comprensione della condizione umana nel tempo lungo.

Published by
Carolina Valdinosi