Un’analisi scientifica sull’origine evolutiva del bacio, ricostruita fino a 21,5 milioni di anni fa tra i grandi primati, con evidenze comparative, implicazioni biologiche, ruolo nella selezione del partner e possibili interazioni tra Homo sapiens e Neandertal.
Il bacio rappresenta uno dei comportamenti più diffusi e simbolicamente rilevanti nella specie umana. È associato all’amore romantico, alla sessualità, al legame parentale e alla coesione sociale. Tuttavia, la sua origine biologica rimane oggetto di studio. Secondo un’analisi riportata dalla rivista Scientific American, il comportamento del bacio potrebbe essere ricondotto a una storia evolutiva che risale ad almeno 21,5 milioni di anni fa, fino all’antenato comune delle grandi scimmie antropomorfe.
L’indagine si fonda su un approccio comparativo tra specie di primati e su ricostruzioni filogenetiche che consentono di inferire la presenza del comportamento in antenati estinti. I risultati suggeriscono che il bacio non sia esclusivamente un prodotto culturale umano, ma un tratto con radici profonde nella storia evolutiva dei primati.
Per analizzare il fenomeno in modo rigoroso, è necessario definire con precisione cosa si intenda per “bacio” in ambito etologico. Nella ricerca citata da Scientific American, il bacio viene definito come un’interazione non agonistica che comporta un contatto orale diretto tra individui della stessa specie, con movimenti delle labbra o delle parti orali e senza trasferimento di cibo.
Quest’ultima specificazione è rilevante per distinguere il bacio da un comportamento noto come premasticazione, in cui un genitore, spesso la madre, mastica il cibo e lo trasferisce bocca a bocca al piccolo. Sebbene visivamente simile, la premasticazione ha una funzione nutritiva e non affiliativa o sessuale.
La definizione adottata permette di isolare il comportamento del bacio come fenomeno sociale e riproduttivo, distinguendolo da interazioni funzionali legate all’alimentazione.
L’approccio comparativo è centrale nello studio dell’evoluzione dei comportamenti. Analizzare una singola specie non consente di ricostruire la storia evolutiva di un tratto; occorre osservare la sua distribuzione lungo l’albero filogenetico.
Secondo i dati riportati, il bacio è documentato in:
La presenza del comportamento in gruppi filogeneticamente vicini suggerisce che il bacio fosse probabilmente presente nell’antenato comune delle grandi scimmie. Attraverso modelli di ricostruzione dello stato ancestrale, i ricercatori hanno collocato l’origine certa del comportamento in un antenato vissuto circa 21,5 milioni di anni fa.
L’assenza di osservazioni in alcune specie non equivale a una prova della sua reale assenza. In etologia, la mancanza di evidenze può riflettere limiti osservativi o carenza di studi sistematici.
Dal punto di vista biologico, il bacio comporta un evidente rischio: lo scambio di saliva facilita la trasmissione di microrganismi, inclusi virus e batteri. Nell’essere umano, la mononucleosi infettiva è spesso definita “malattia del bacio” proprio per la modalità di trasmissione.
L’esistenza di un rischio sanitario solleva una questione centrale: quali benefici evolutivi possono aver compensato questo costo?
Le ipotesi principali individuate nella ricerca scientifica sono due:
Il bacio potrebbe funzionare come un meccanismo di valutazione sensoriale del potenziale partner riproduttivo. Attraverso l’olfatto e il gusto, gli individui possono raccogliere informazioni sulla compatibilità genetica, in particolare sul complesso maggiore di istocompatibilità (MHC), associato alla risposta immunitaria.
Nei mammiferi, la riproduzione femminile implica costi biologici elevati: gestazione, allattamento e cura della prole richiedono un investimento energetico significativo. Un sistema che consenta di evitare partner geneticamente incompatibili o meno idonei rappresenta un vantaggio selettivo.
Lo scambio di saliva durante il bacio potrebbe fornire indizi chimici utili a valutare la qualità immunologica del partner, riducendo la probabilità di generare prole con vulnerabilità patogene.
Un’altra ipotesi riguarda il ruolo del bacio nella modulazione dell’eccitazione sessuale. Nell’essere umano, l’eccitazione femminile comporta modificazioni fisiologiche, inclusa una variazione del pH vaginale. In condizioni basali, l’ambiente vaginale è acido per limitare la proliferazione di patogeni; durante l’eccitazione tende verso una maggiore neutralità, favorendo la sopravvivenza degli spermatozoi.
In questa prospettiva, il bacio agirebbe come stimolo neuroendocrino preliminare alla copulazione, incrementando le probabilità di fecondazione. L’effetto sarebbe duplice: valutazione del partner e predisposizione fisiologica alla riproduzione.
Oltre alla dimensione sessuale, il bacio svolge un ruolo affiliativo. Nei primati altamente sociali, il mantenimento della coesione del gruppo è fondamentale per la sopravvivenza.
Gli scimpanzé, ad esempio, sono noti per manifestare comportamenti di riconciliazione dopo conflitti, che includono contatti orali assimilabili al bacio. Questi gesti contribuiscono alla riduzione della tensione e al ripristino dell’equilibrio gerarchico.
Nella specie umana, il bacio parentale e amicale è associato al rilascio di ossitocina, neuropeptide coinvolto nei processi di attaccamento e fiducia. Il legame madre-figlio e le relazioni di coppia risultano rafforzati attraverso interazioni fisiche che includono il contatto orale.
Il comportamento, quindi, si inserisce in una rete di meccanismi neurobiologici finalizzati alla stabilità sociale.
L’analisi antropologica mostra che il bacio romantico non è universalmente presente in tutte le culture umane. Studi su 168 culture documentano la presenza del bacio romantico o sessuale in circa il 46% dei casi.
Questo dato evidenzia una distinzione tra predisposizione biologica e codificazione culturale. La base evolutiva può essere comune, ma l’espressione comportamentale varia in funzione delle norme sociali, religiose e simboliche.
La specie umana ha inoltre attribuito al bacio un valore iconografico e narrativo significativo. Sculture, dipinti, opere letterarie e produzioni cinematografiche lo hanno trasformato in un potente simbolo di intimità e riconoscimento emotivo.
La stima dei 21,5 milioni di anni deriva dalla ricostruzione dello stato ancestrale lungo l’albero evolutivo dei primati. Se umani, scimpanzé, bonobo e almeno una specie di gorilla presentano il comportamento, è plausibile che l’antenato comune delle grandi scimmie lo praticasse già nel Miocene.
La profondità temporale suggerisce che il bacio sia emerso in un contesto sociale complesso, in cui la cooperazione e la selezione sessuale esercitavano pressioni significative.
L’origine potrebbe essere ancora più antica, ma l’assenza di dati comportamentali fossili impone prudenza nelle inferenze.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la possibile presenza del bacio nei Neandertal. Attraverso la ricostruzione filogenetica, il comportamento risulta probabile anche per questa specie estinta.
Ulteriori indizi provengono dall’analisi microbiologica: Homo sapiens e Neandertal hanno condiviso un microrganismo orale per centinaia di migliaia di anni dopo la loro divergenza evolutiva. Tale condivisione implica scambio di saliva, che può derivare da alimentazione condivisa o contatto diretto.
Considerando che le popolazioni umane non africane conservano una percentuale di DNA neandertaliano, indicativa di incroci riproduttivi, il bacio emerge come comportamento plausibilmente coinvolto nelle interazioni tra le due specie.
Questa ricostruzione contribuisce a rivedere l’immagine stereotipata dei Neandertal come individui privi di sofisticazione sociale, restituendo una dimensione relazionale più articolata.
Il bacio rappresenta un esempio paradigmatico di comportamento in cui convergono più livelli di analisi: evolutivo, neurobiologico, sociale e culturale. Le evidenze comparative indicano un’origine profonda nel tempo, radicata nell’antenato comune delle grandi scimmie. Le ipotesi funzionali collegano il gesto alla selezione del partner, all’attivazione fisiologica e alla coesione del gruppo.
La sua presenza discontinua tra le culture umane mostra come la base biologica possa essere modulata da norme simboliche e convenzioni sociali. L’interazione tra predisposizione evolutiva e codificazione culturale ha trasformato un comportamento primate in un potente segno di intimità umana.
Le analisi riportate da Scientific American evidenziano quanto un gesto apparentemente semplice possa racchiudere una storia evolutiva che attraversa milioni di anni, integrando selezione naturale, dinamiche sociali e trasformazioni culturali.